Vaccinazioni, Croce: “Le leggi non consentono il medico in farmacia”

Roma, 5 ottobre –  L‘ordinanza della Regione Lazio con la quale, oltre a disporre la fornitura di 100 mila dosi di vaccino antinfluenzale alle farmacie territoriali da dispensare, con costo a loro carico, ai cittadini della Regione Lazio tra i 18 e i 59 anni che appartengono alle fasce attive della popolazione e non sono coperti dalla campagna di vaccinazione pubblica, viene anche consentita “l’organizzazione di un servizio di somministrazione/inoculazione del vaccino con conseguente assunzione di responsabilità”, ha ovviamente tenuto banco sui giornali della Capitale  e della Regione.

Il giornale romano per antonomasia, Il Messaggero, ad esempio, ha aperto ieri la prima pagina del suo dorso di cronaca (nella foto qui a lato) con un titolo a sei colonne molto perentorio: Vaccini, il no dei farmacisti, dedicato appunto alla questione e riferito, in particolare, ad alcune dichiarazioni rese dal presidente dell’Ordine di Roma, Emilio Croce, intervistato da una giornalista della storica testata capitolina.

Dichiarazioni che sono state sinteticamente riportate, sia pure in parte qua, nell’articolo in parola, attribuendo loro una doppia paternità: oltre a quella di Croce, quella di Venanzio Gizzi, presidente Assofarm. Questa la frase riportata dal quotidiano: “I farmacisti sono pronti a dare una mano, ma è necessario avere un quadro normativo chiaro in cui operare, perché secondo un decreto regio del ’34 il farmacista non può somministrare un vaccino, servono locali adatti e non tutte le strutture ne hanno”.

Una sintesi inevitabilmente parziale, come tutte le sintesi giornalistiche, e come tale non del tutto aderente alle dichiarazioni di Croce nel suo colloquio con la cronista. In ogni caso,  essa ha perlomeno il merito di riferire un elemento che il presidente dei farmacisti capitolini riteneva giusto e doveroso sottolineare, ovvero l’impossibilità – ai sensi delle norme vigenti – di somministrare i vaccini in farmacia, atteso che l’inoculazione è un atto medico (che può essere effettuata anche da un infermiere, ma sempre e unicamente sotto la responsabilità di un medico) e la presenza del medico in farmacia è vietata dalle norme ancora in vigore del testo unico delle leggi sanitarie del 1934.

Questo, appunto, è quanto dichiarato da Croce al giornale nella sua qualità di presidente di un organismo che ha dignità e funzioni pubbliche e che, come ente ausiliario della pubblica amministrazione, non può che promuovere tra i suoi iscritti – il presidente romano ha voluto ribadirlo parlando con la cronista – il pieno rispetto delle leggi del nostro ordinamento. Che poi quelle leggi possano e debbano essere discusse e cambiate, non solo è condivisibile ma del tutto auspicabile. Ma per ora ci sono, e dunque – per chi ha responsabilità istituzionali, come l’Ordine professionale – ogni discorso sulla questione dei “farmacisti vaccinatori” non può che partire da qui, almeno secondo Croce,  aprendo un confronto con il legislatore e le istituzioni e professioni sanitarie.

La posizione di Croce, già molto sintetizzata nel corpo dell’articolo, è stata ulteriormente compendiata dal titolista, che ha pensato bene di stressarla e strizzarla nel titolo ”a effetto” già riportato, che certamente è lontanissimo dal senso delle dichiarazioni del presidente dell’Ordine e, a una lettura superficiale, finisce per assumere significati che le parole di Croce certamente non hanno, anche se qualcuno, purtroppo anche all’interno della categoria, non ha resistito alla tentazione di strumentalizzare l’equivoco, con commenti che suonerebbero risibili se in essi non prevalesse una nota di fondo sciacallesca.  Visualizza immagine di origine

Nello stesso articolo, si fa anche riferimento ad alcune ipotesi che – sempre a proposito di vaccinazioni in farmacia – sarebbero in corso di valutazione in Regione e potrebbero essere discusse con i farmacisti di comunità e i medici di medicina generale. In particolare, si fa menzione alla creazione di una rete farmacisti-medici attraverso le Uscar, le unità speciali di continuità assistenziale regionali che, durante l’emergenza pandemica, si sono mosse sul territorio della Regione effettuando tamponi e test. Secondo Il Messaggero, negli uffici regionali si sta valutando l’ipotesi di un piano che, secondo quanto riferisce il quotidiano,  funzionerebbe così: “un gruppo di farmacie di quartiere anche attraverso una campagna informativa vendono le dose ai clienti fissando appuntamenti settimanali con le Uscar che andranno a posizionarsi in una piazza di zona raccogliendo le prenotazioni dei centri farmaceutici. Il cliente acquista la dose e tramite la farmacia va a farsi fare il vaccino dal medico Uscar”. E questo perché, come ricorda una volta di più  al quotidiano capitolino Pierluigi Bartoletti, vicepresidente dell’Ordine dei medici di Roma e segretario provinciale della Fimmg (nella foto a lato), “il medico come figura professionale non può operare dentro una farmacia e la somministrazione del vaccino deve avvenire sotto la supervisione di un medico, non basta l’infermiere. Lo dice la legge”.