Tarabusi-Trombetta, studio sui test antigenici e sierologici in farmacia: farli conviene

Roma, 29 gennaio – Ma, alla fine della fiera, alle farmacie conviene davvero fare i test sierologici e i tamponi antigenici rapidi per rilevare la presenza del coronavirus Sar CoV 2, partecipando così alla fondamentale attività di testing&tracing dei contagi, indispensabile per monitorare e contrastare con efficacia la pandemia? Il gioco vale davvero la candela? E fino a che punto?

A queste domande – che con ogni probabilità non v’è farmacista italiano che non si sia posto – hanno provato a dare una prima risposta, con il loro consueto pragmatismo, due esperti ben noti alle cronache di settore, Marcello Tarabusi e Gianni Trombetta (a sinistra e a destra nelle foto qui sotto) dello Studio Guandalini di Bologna, che insieme ai loro colleghi Francesco Capri e Francesco Manfredi hanno condotto una rilevazione sulle farmacie dell’Emilia Romagna, la prima Regione – come si ricorderà – a “sdoganare” l’effettuazione di test anti-Covid in farmacia.

LVisualizza immagine di origineRisultato immagine per marcello tarabusi gianni trombetta‘indagine sarà pubblicata sul prossimo numero della rivista mensile iFarma, che peraltro ne ha già offerto una succulenta anticipazione in una lunga intervista di Nicola Miglino ai due autori ospitata sulla newsletter iFarma digital.

Dal lavoro del team dello Studio Guandalini (effettuato, è il caso di ripeterlo, soltanto sulla realtà emiliana: è noto che il servizio di effettuazione dei test anti Covid in farmacia è fortemente condizionato dagli accordi stipulati a livello locale tra Regioni e sigle delle farmacie) scaturisce, molto sinteticamente, che fare i test conviene. O, per essere più precisi, è sufficientemente remunerativo dell’impegno e del tempo professionale speso dal farmacista per effettuare il servizio.

Proprio il tempo, spiegano Tarabusi e Trombetta, è una delle variabili decisive nella valutazione del servizio: per essere effettuati, i test richiedono un tempo medio di 13-15 minuti, tra fase di accoglimento, accesso alla piattaforma web regionale, inserimento dei dati del paziente , informazioni su privacy e consenso informato, misurazione della temperatura, igienizzazione delle mani, svolgimento del test (dai 5 ai 7 minuti per i sierologici, che aumentano di circa un minuto per gli antigenici nasali in auto-somministrazione; il discorso cambia se si ricorre a un infermiere, che ovviamente alza l’asticella dei costi) e infine inserimento dei risultati sulla piattaforma regionale e procedure finali di disinfezione.
Trombetta, facendo i conti sui dati ricavati dalle rilevazioni “incrociati” con i compensi concordati con la Regione (5 euro per il tampone, 2 per il materiale consumabile e 8 di fee  per la prestazione professionale)  e con il costo orario del farmacista (fissato in occasione di altri studi in 26 euro all’ora, 43 centesimi a minuto) ha affermato che se l’effettuazione del test anti Covid si mantiene  nell’arco dei 13 minuti, il ricarico del fattore tempo, in termini percentuali, raggiunge il 66% ed è quindi  superiore a quello derivante dalla vendita di prodotti (pari a circa il 44%). Non si può certamente parlare di una remunerazione eclatante, sottolinea Trombetta nell’intervista a iFarma digital, ma è pur sempre un compenso congruo e sufficiente a pagare la prestazione professionale. Se però la quantità di tempo necessaria per fare il test è superiore anche solo di cinque minuti, lo scenario cambia, e il ricarico professionale scende dal 66 al 44%, ovvero la percentuale media che la farmacia ricava dall’attività di vendita di prodotti.

In buona sostanza, se il servizio viene organizzato bene e non supera il quarto d’ora a prestazione, si può tranquillamente affermare che farlo è conveniente, grazie anche al fatto che esso non ricade nel campo dell’Iva. Si tratta di un’opportunità remunerativa, sottolinea Tarabusi, che non è però tale da incidere più di tanto sulla sostenibilità economia della farmacia, anche se ha il merito – da considerare adeguatamente – di rendere finalmente più chiaro il concetto di fee for service.  Di più: i test anti Covid in farmacia rendono finalmente percepibile al grande pubblico il significato stesso della “farmacia dei servizi”, formula che i cittadini sentono ormai da una dozzina d’anni ma alla fine sempre rimasta piuttosto astratta.

In questo senso, Tarabusi invita a una riflessione più larga, partendo dalla previsione del comma 471 della Legge di bilancio 2021, dove il via libera a test e vaccini in farmacia viene di fatto collocato in una dimensione europea, laddove le relative norme sono asseritamente  inserite anche tenendo conto di quanto è stato fatto in altri Paesi dell’Unione europea in materia di contrasto alla pandemia.

Forzando appena un po’ uno slogan molto abusato (nel bene e nel male), si potrebbe dunque dire che la farmacia dei servizi  “è l’Europa che ce la chiede”.  Dopo 12 anni di chiacchiere e astrazioni, dunque, quella che si presenta alla farmacia italiana è un’occasione che non deve essere mancata, sempre che nel modello della farmacia dei servizi ci si creda davvero. “È l’alba di un’opportunità, un treno che bisogna prendere, un’occasione da capitalizzare” afferma Tarabusi, riferendosi non tanto e non solo allo “sfruttamento” contingente di un servizio come quello dei tamponi e alle positive ricadute di immagine che ne derivano ma soprattutto all’energia, al nuovo slancio che può arrivare dalla consapevolezza che i servizi professionali remunerati possono essere una strada concreta e praticabile.