Tar Emilia Romagna, altra conferma: Dd e Dpc in mano alla Regione

Roma, 13 luglio – Piaccia o meno (e sicuramente non piacerà), arriva un’altra conferma in ordine alle competenze delle Regioni in materia di governo della spesa farmaceutica e, quindi, delle modalità organizzative della distribuzione dei farmaci. Sulle quali, in virtù dei “poteri autoritativi” di cui godono in materia, in base “sia all’articolo 4 della legge 405/2001 sia all’articolo 8 della stessa legge”, le Regioni possono in buona sostanza intervenire da vero e proprio dominus della situazione. Gli stessi accordi regionali sulla distribuzione per conto stipulati con le sigle regionali delle farmacie regionali altro non sono che instrumenta regni che, in quanto tali, servono alla mera programmazione e gestione della spesa, senza per questo generare a beneficio dei singoli farmacisti “diritti soggettivi esigibili direttamente”.

È quanto emerge dalla sentenza n. 475/20 del Tar Emilia Romagna, pubblicata mercoledì scorso, 8 luglio, che respinge in toto il ricorso presentato dall’Amfa SpA, proprietaria e gestore di farmacie comunali in Rimini, società oggi controllata da Alliance Healthcare, contro  le asserite inadempienze e violazioni della Regione Emilia Romagna dell’accordo sull’attività di distribuzione dei farmaci stipulato nel 2007 tra la stessa Regione e le farmacie (poi oggetto di diverse proroghe), con la richiesta di una condanna al risarcimento dei danni che ne sarebbero derivati alle farmacie.

La sentenza ripropone quasi pedissequamente precedenti pronunce in materia, dapprima con la sentenza n. 1150 del 2015, quindi con la sentenza n. 675/2019 e da ultimo, nell’autunno scorso, con la sentenza n. 902/2019, tutte riguardanti controversie sostanzialmente analoghe a quella sollevata dall’Amfa (in quel caso, a ricorrere erano  state Federfarma Rimini e 68 farmacie riminesi): gli accordi sulla dpc sottoscritti tra la Regione Emilia Romagna e le sigle delle farmacie della Regione hanno esclusiva natura negoziale o programmatica e (come spiegano i giudici amministrativi richiamano un passaggio della già citata sentenza n. 675/19,  gli impegni assunti in quella sede dalla parte pubblica di contenere i volumi della distribuzione diretta e aumentare per contro quelli della dpc  rappresentano soltanto “l’esplicitazione della volontà comune delle parti di adottare percorsi condivisi, volti ad attuare obiettivi altrettanto condivisi”.

Nello stesso accordo sottoscritto dalle parti, rilevano i giudici amministrativi, “si fa uso di locuzioni elastiche e indefinite che hanno come fine quello di evidenziare come l’obiettivo a cui tende l’accordo stesso e cioè il contenimento della Dd dei farmaci extra Pht nei limiti di pezzi e di valore al 31/12/2008, va comunque contemperato con le prioritarie esigenze di tutela della salute e di contenimento della spesa pubblica, a fronte delle quali la limitazione della Dd ivi prevista deve essere letta come obiettivo tendenziale a cui mirare, ma il cui mancato raggiungimento entro un termine predeterminato, non può valere di per sé quale inadempimento contrattuale sanzionabile civilisticamente per danni, come pretenderebbe parte ricorrente” .

 

♦ La sentenza n. 475/20 del Tar Emilia Romagna