Ristoro mascherine, i grossisti chiedono condizioni diverse

Roma, 8 luglio – C’è chi sostiene che la “vicenda mascherine”, per le farmacie, non finirà mai, quanto meno sotto il profilo del danno di immagine provocato alla categoria dalla discutibile gestione delle carenze di questi dispositivi nei momenti più critici dell’emergenza epidemica,  che ha costretto i farmacisti nello scomodissimo ruolo dei vasi di coccio tra i vasi ferro, con l’inevitabile risultato di uscirne fuori a pezzi e di vedere additati alla pubblica riprovazione i tentativi fatti per dare risposte sul territorio all’angosciata a richiesta di dispositivi di protezione di cittadini abbandonati a se stessi, strumentalmente spacciati come manovre speculative da ampi settori della stampa di informazione evidentemente molto sensibili alle suggestioni e ai protagonismi di alcuni rappresentanti delle istituzioni. La classica tempesta perfetta, insomma, che  ha prodotto una ferita  sulla quale si è voluto anche spargere il sale di una vigilanza mai così occhiuta da parte di Nas e Fiamme Gialle – un giorno forse si scoprirà se voluta e orchestrata da chi aveva bisogno del Benjamin Malaussène  di turno per coprire responsabilità sembrate in primo luogo istituzionali – che al danno ha anche aggiunto la (costosa) beffa di una quantità industriale di sanzioni per i motivi più disparati, incluse le inadempienze sul terreno delle certificazioni da parte delle stesse autorità.

Basta fare un’escursione sui gruppi di discussione dei farmacisti sui social per verificare quanto la ferita bruci ancora. Ma se lìilcerazione (all’immagine, all’orgoglio e alla dignità della professione) prodotta dalla vicenda mascherine ancora è lontana dal cicatrizzarsi è anche perché è ancora lontana dall’essere conclusa: è ancora in piedi, infatti, la questione del famoso ristoro  ai farmacisti e ai distributori per le mascherine vendute al prezzo fissato dall’ukase del commissario straordinario Domenico Arcuri, protagonista indiscusso ma anche molto discutibile della vicenda, i famosi 50 centesimi di euro più iva fatti entrare in vigore da un giorno all’altro con sovrana noncuranza per gli impegni assunti fin lì dai vari operatori. E proprio gli accordi sul ristoro (che hanno segnato un’altra triste pagina nell’infelice storia dei rapporti tra la filiera distributiva del farmaco e la struttura commissariale) sono tornate in discussione a seguito di un incontro tenutosi venerdì scorso tra le due sigle della distribuzione intermedia, Adf e Federfarma Servizi, e il commissario per l’emergenza Covid per discutere delle procedure che i grossisti dovranno seguire per chiedere il ristoro delle mascherine vendute a 40 centesimi più iva ma acquistate a un prezzo maggiore.

I rappresentanti delle due sigle osservano che le procedure non possono essere le stesse concordate una decina di giorni fa dallo stesso Arcuri con le farmacie, che prevedono che queste facciano partire le loro richieste di rimborso soltanto dopo che tutte le forniture sono state vendute.  Un trattamento che – obiettano i distributori – potrà forse andare bene per i titolari di farmacia (molti dei quali avevano peraltro messo fin da subito una croce sulla possibilità di essere davvero “ristorati” senza problemi e senza ulteriori travasi di bile), ma non può certamente essere applicata alle aziende del wholesaling, che hanno acquistato più di 80 milioni di mascherine e che non possono davvero essere costrette a sopportare gli oneri finanziari che deriverebbero dal richiedere i rimborsi solo a esaurimento delle scorte.

Esplicita e chiara nei suoi termini la richiesta avanzata ad Arcuri da Adf e Federfarma Servizi: le aziende della distribuzione intermedia devono essere autorizzate a chiedere subito il rimborso di tutte le mascherine, quelle già vendute e quelle che ancora attendono nei magazzini, con il solo obbligo, del tutto ovvio, di certificare con la documentazione necessaria la regolarità, la data e le condizioni delle operazioni di acquisto.