Medici toscani: “No a gestione cronici in farmacia, è atto medico”

Roma, 10 luglio – Pollice verso dei medici toscani (almeno quelli dello Smi, il Sindacato dei medici italiani) contro l’accordo tra Regione Toscana, Federfarma Toscana e la Confederazione italiana servizi pubblici enti locali (Cispel Toscana) sulla sperimentazione della farmacia dei servizi (cfr. RIFday del 3 luglio scorso), che in un comunicato stampa chiedono senza mezzi termini  alla Regione “una revisione radicale dell’accordo prima della sottoscrizione definitiva, nei suoi termini e nelle sue modalità attuative”, ritenendolo “completamente sbagliato nel metodo e nel merito, nei termini usati e nei fatti di conseguenza espressi”. 

Un giudizio negativo senza appello, dunque, pur nella consapevolezza “della lodevole intenzione della Regione di affrontare il grave tema della cronicità esploso in tutta la sua criticità nel periodo più acuto della pandemia”. Per lo Smi, però, la strada non può essere lo schema di accordo di collaborazione volto all’attivazione – su base volontaria e fino al 31 dicembre 2020 – di progetti sperimentali per sviluppare nelle farmacie territoriali una serie di servizi rivolti in particolare al paziente cronico, con la definizione delle modalità operative della sperimentazione del monitoraggio dell’aderenza alla terapia farmacologica nel paziente con bronco-pneumopatica cronica ostruttiva (Bpco) e diversi altri annessi e connessi:  tecnologie impiegate, formazione dei farmacisti, fornitura di prestazioni di telemedicina, ulteriori attività da sviluppare come prelievi e consegna nominativa di materiali per lo screening per la prevenzione oncologica del colon retto,  vaccinazioni.

Per i medici toscani si tratta di una fuga in avanti che, in primo luogo,  esonderebbe dal quadro di regole nazionali, non essendo la Toscana tra le Regioni comprese nel novero di quelle ammesse alla sperimentazione della “farmacia dei servizi”, ma soprattutto non terrebbe nel debito conto quello che – sembra di capire – per lo Smi toscano è il vero nodo del problema, ovvero la centralità della figura del medico:  “la presa in carico dei pazienti è un atto di competenza esclusiva del medico in quanto riguarda modalità di intervento diagnostico-terapeutico inquadrato in modo preciso dal Codice deontologico, dalle leggi e dalla prassi”, si legge infatti nella nota del sindacato, a significare che essa non può dunque essere delegata a cuor leggero ad altri.

La gestione della cronicità, per lo Smi Toscana, deve seguire altre strade, prima di tutto quella maestra, ovvero l’applicazione del Piano nazionale della cronicità, approvato da anni: l’invito alla Regione è quindi quello di  promuovere “in ogni azienda, in modo omogeneo, team multiprofessionali inclusivi di tutte le figure professionali sanitarie e operative presenti nel Piano, inclusi ovviamente i farmacisti, ma coordinati e controllati dal medico di famiglia”.

L’affondo più pesante, però, è sul fronte della telemedicina, che – scrive il segretario regionale dello Smi Nicola Marini –  “è legata al rapporto medico-paziente in quanto in grado di fornire in particolari casi di necessità, come nella pandemia da Covid- 19, prestazioni sanitarie a distanza, utilizzando l’evoluzione tecnologica. Questa, tuttavia, non deve mai sostituire integralmente la clinica fatta di esame obbiettivo e rapporto diretto, col paziente ‘in presenza’, ancor più necessario con i malati cronici e gli anziani in condizioni di fragilità che in  molti casi non  sono ancora in grado di utilizzare correttamente le metodiche di comunicazione, anche per la mancanza di un set tecnologico minimo atto a garantire l’effettive realizzazione di una visita a distanza”.

“Gestione del rischio clinico, responsabilità sanitaria, trattamento dei dati sono i tre elementi che impongono alla Regione Toscana di deliberare scelte di  soluzioni operative dentro un quadro definito di una normativa per la telemedicina che offra garanzie reali di proporzionalità, appropriatezza, efficacia e sicurezza nel rispetto dei diritti della persona, come stabilito dall’art.78 del Codice deontologico professionale, tanto più indispensabile per la mancanza di una normativa nazionale di riferimento”  scrive ancora Marini.  “Tutto questo non è stato fatto, dalla Regione  Toscana , neanche per la professione medica ma si è preferita  la fuga in avanti  con la telemedicina del farmacista, con prerogative pesanti e al di fuori della loro valida ma specifica competenza professionale, con le stesse criticità tecniche e con evidenti responsabilità legali e professionali”.

Il sindacato chiede quindi alla Regione di normare al più presto “modalità, limiti ed articolazioni operative per rendere applicabili in sicurezza, per i medici, per tutte le professioni sanitarie e per i cittadini questa innovazione tecnologica, prevista dalla risoluzione Commissione Ue 689/2008 , seguendo le linee di indirizzo indicate dal Consiglio superiore di sanità del 10 luglio 2012″.

Una  presa di posizione decisamente “medicocentrica”, quella dello Smi Toscana, che reclama un rovesciamento di paradigma: per il sindacato, sono le altre figure che devono collaborare con il Mmg, non il contrario, a significare che  la primazia della professione medica non può essere messa in discussione. La stessa telemedicina, ad esempio, “deve essere riservata ai medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta; per tutti gli altri, farmacisti inclusi, si deve parlare correttamente di trasmissione telematica dei dati, utilizzando una piattaforma informatica esclusivamente pubblica con garanzia della privacy e nel più rigoroso rispetto del segreto professionale”.

Da qui la richiesta alla Regione, già anticipata in premessa, di “una revisione radicale dell’accordo prima della sottoscrizione definitiva, nei suoi termini e nelle sue modalità attuative”. Con buona pace di quella collaborazione e integrazione interprofessionale ritenuta da tutti,  in ogni angolo del globo terracqueo, la fondamentale pietra d’angolo sulla quale costruire il necessario sviluppo della sanità territoriale. Lo Smi della Toscana sembra invece declinarla in un modo, come dire?, tolemaico: il medico al centro e tutti gli altri a girare ancillarmente intorno. Eppure è di pubblico dominio, e non da oggi, che la visione corretta, “copernicana”,  della questione è che il centro del sistema non è questa o quella professione, ma il paziente. Gioverà farsene una ragione, se davvero si intende costruire un  sistema di sanità pubblica migliore, più sostenibile e più efficiente.