Istat, l’impatto di Covid: un anno di vita in meno e tracollo demografico

Roma, 6 luglio – Secondo quanto registra il Report annuale 2020 dell’Istat presentato il 3 luglio a Montecitorio, l’elevato numeri di decessi causato dalla pandemia di Covid-19 avrà un impatto sull’aspettativa di vita degli italiani.

“Se l’effetto Covid dovesse determinare per tre mesi un costante incremento, dell’ordine del 50%, della probabilità di morte in corrispondenza delle età più anziane, per il 2020 risulterebbero 710 mila morti su base annua (73 mila in più)” si legge nel rapporto. “In parallelo, la speranza di vita alla nascita scenderebbe a 82,11 anni (-0,87) e quella al 65esimo compleanno si ridurrebbe da 20,89 a 20,02”.

Questo effetto sarà più marcato al Nord-ovest e lungo la dorsale appenninica, dove si passerebbe da una speranza di vita alla nascita di quasi 84 anni a una di circa 82, con quasi 2 anni in meno.

Ma le conseguenze della pandemia si riflettono pesantemente anche sulla già bassa natalità del Paese: l’Italia è un Paese a permanente bassa fecondità, dove il numero medio di figli per donna per generazione continua a decrescere dai primi decenni del secolo scorso, quando negli anni ’20  si registrava una media di 2,5 figli per ogni donna, sceso all’1,43  nel 1978.
“Il persistente calo della natalità si ripercuote soprattutto sui primi figli che si riducono a 204.883 nel 2018, 79mila in meno rispetto a dieci anni prima” precisa l’Istat. Il calo dei nati è in larga parte dovuto agli effetti “strutturali” indotti dalla significativa modificazione della popolazione femminile in età feconda. L’effetto strutturale incide “per il 67% sulla differenza di nascite osservata nel periodo”. La restante quota dipende invece “dalla diminuzione della fecondità da 1,45 figli per donna a 1,29”.
Secondo il Rapporto, “la rapida caduta della natalità potrebbe subire un’ulteriore accelerazione nel periodo post-Covid. Recenti simulazioni, che tengono conto del clima di incertezza e paura associato alla pandemia in atto, mettono in luce un suo primo effetto nell’immediato futuro; un calo che dovrebbe mantenersi nell’ordine di poco meno di 10mila nati, ripartiti per un terzo nel 2020 e per due terzi nel 2021”.
Non solo: “La prospettiva peggiora ulteriormente se agli effetti indotti dai fattori di incertezza e paura si aggiungono quelli derivanti dallo shock sull’occupazione. I nati scenderebbero a circa 426mila nel bilancio finale del corrente anno, per poi ridursi a 396mila, nel caso più sfavorevole, in quello del 2021”.
Ma “il numero di figli effettivo che le persone riescono ad avere non riflette il diffuso desiderio di maternità e paternità presente nel nostro Paese. Sono solo 500mila gli individui tra i 18 e i 49 anni che affermano di non avere la maternità/paternità nel proprio progetto di vita”. Per l’Istat, il rischio è dunque quello di un vero e proprio tracollo demografico, in una situazione dove,  a fronte di una fecondità reale in costante calo dal 2010 che riporta l’Italia agli stessi livelli di 15 anni fa, “resta fermo a due il numero di figli desiderato, evidenziando uno scarto tra quanto si desidera e quanto si riesce a realizzare”.
Il desiderio di avere figli è elevato anche “dopo i 40 anni. Sono 830mila gli over40 che non hanno figli ma intendono averne (pari al 12,1% tra i 40 e i 44 anni e al 4,2% nella classe di età successiva)”. Nel 2017, “78.366 coppie si sono sottoposte alla procreazione medicalmente assistita che ha dato luogo a 18.871 gravidanze”. Tra il 2010 e il 2017 il numero di coppie che hanno fatto ricorso alla Pma è aumentato del 12%, il numero di gravidanze ottenute del 24% e il numero di nati vivi del 12%. Altri segnali che dimostrano che, alla fine, non è la voglia di fare figli, o almeno di desiderare di farli, che  manca nel nostro Paese.