Gimbe: “Sanità, le Regioni sprecano il 25% dei fondi, Lea da rifare”

Roma, 24 novembre – L’emergenza Covid ha impietosamente reso di tutta evidenza le gravi criticità del nostro sistema sanitario, frutto avvelenato, in buona parte, dei tagli degli investimenti sul settore operati negli ultimi 15 anni dai vari governi che si sono succeduti alla guida del Paese. Meno evidente – o almeno meno evidenziata – è un’altra delle ragioni dei problemi strutturali della nostra sanità: le Regioni sprecano una fetta consistente delle dotazioni finanziarie per  la salute, senza di fatto contribuire alla crescita dei livelli essenziali di assistenza in ambito sanitario.

Ed è proprio su questo aspetto che si è concentrata l’analisi della Fondazione Gimbe, che mostra appunto come gli adempimenti Regioni siano stati, in molti casi, fuori luogo e come alcune spese abbiano prodotto zero risultati per quel che riguarda i riflessi sui cittadini. Una situazione della quale, inevitabilmente, la sanità pubblica del Paese, investita dall’emergenza pandemica, sta ora pagando le conseguenze.

L’Osservatorio Gimbe sul Servizio sanitario nazionale,  spiega il presidente Nino Cartabellotta (nella foto), “da anni rileva che il monitoraggio tramite la cosiddetta ‘griglia Lea’ (Livelli essenziali di assistenza) è solo un political agreement tra Governo e Regioni, perché lo strumento è sempre più inadeguato per valutare la reale erogazione delle prestazioni sanitarie e la loro effettiva esigibilità da parte dei cittadini“.

Uno strumento starato, in altre parole, privo della necessaria affidabilità e inadeguato per valutare ciò che dovrebbe. Risultato, con buona pace dei risultati resi noti dal Monitoraggio dei Lea attraverso la cd. Griglia Lea (gli ultimi, relativi all’anno 2018, sono stati pubblicati poche settimane fa, a inizio novembre; il nostro giornale ne ha riferito in questo articolo), la situazione è ben altra: gli adempimenti in sanità delle Regioni sono stati disattesi, in media, per il 25% dei fondi spesi.

Il report Gimbe si basa sui dati ufficiali pubblicati dal ministero della Salute riferiti al periodo tra il 2010 e il 2018 e, in buona sostanza, è una fotografia di come sono stati usati i fondi sanitari sul territorio. Questi i risultati principali, che Gimbe ha anche riassunto in una mappa (la pubblichiamo in questa stessa pagina) che ha il pregio di restituire la situazione con un semplice colpo d’occhio:

  • la percentuale cumulativa media di adempimento delle Regioni, negli otto-nove anni considerati,  è del 75% (range tra Regioni 56,2%-92,8%). In altri parole, se la griglia Lea è lo strumento ufficiale per monitorare l’erogazione delle prestazioni essenziali, il 25% delle risorse spese dalle Regioni per la sanità nel periodo 2010-2018 non ha prodotto servizi per i cittadini (range tra Regioni 7,2%-43,8%);
  • la percentuale cumulativa di adempimento annuale è aumentata dal 64,1% del 2010 all’85,1% del 2018, un miglioramento ampiamente sovrastimato in ragione dell’appiattimento della griglia Lea sopra descritto;
  • Solo 11 Regioni superano la soglia di adempimento cumulativo del 76% e, con la sola eccezione della Basilicata, sono tutte situate al Centro-Nord, confermando sia la “questione meridionale” in sanità, sia la sostanziale inefficacia di Piani di rientro e commissariamenti nel migliorare l’erogazione dei Lea;
  • Regioni e Province autonome non sottoposte a verifica degli adempimenti hanno performance molto variegate. Da un lato Friuli-Venezia Giulia e Provincia autonoma di Trento raggiungono percentuali di adempimento cumulative rispettivamente dell’80,4% e 78,3%. Dall’altro Valle D’Aosta, Sardegna e Provincia autonoma di Bolzano si collocano nel quartile con le performance peggiori.

In alcune zone del nostro Paese, dunque, la situazione pregressa sembra essere lo specchio della situazione attuale e ciò contribuisce a spiegare molti dei problemi che il sistema sanitario del Paese ha incontrato per l’impatto devastante di Covid.

“Se dopo anni tagli e definanziamenti”  spiega il presidente di Gimbe “la pandemia finalmente ha rimesso il Servizio sanitario nazionale al centro dell’agenda politica, dall’altro ha enfatizzato il conflitto istituzionale tra Governo e Regioni, ben lontano da quella ‘leale collaborazione’ a cui l’art. 117 della Costituzione affida la tutela della salute tramite il meccanismo della legislazione concorrente”.

“Senza una nuova stagione di collaborazione politica tra Governo e Regioni e un radicale cambio di rotta per monitorare l’erogazione dei Lea” conclude  Cartabellotta “sarà impossibile ridurre diseguaglianze e mobilità sanitaria e il diritto alla tutela della salute continuerà ad essere legato al CAP di residenza delle persone. E con la pandemia le persone si devono affidare, nel bene e nel male, alla sanità della propria Regione».