Federfarma, l’ipotesi di entrare in fondi che acquistano farmacie divide il sindacato

Roma, 17 marzo –  La domanda, a volerla mettere giù piatta, è semplice: per il sindacato delle farmacie private, diventato unitario più di 50 anni fa, quando le farmacie associate (ancora in possesso di prerogative poi progressivamente perdute) si misuravano con modalità di esercizio professionale e con problemi infinitamente diversi da quelli di oggi,  è opportuno e conveniente – anche alla luce delle trasformazioni intervenute in mezzo secolo –  considerare la possibilità di stringere accordi con fondi di private equity o altri soggetti del mondo finanziario che hanno tra i loro business quello di acquistare  e gestire farmacie?

Il tema  rimbalza ormai da una settimana sui gruppi di discussione di categoria, dopo l’anticipazione pubblicata dalla newsletter Pharmacyscanner  una decina di giorni fa che riferiva dei contatti tra Federfarma e una società di gestione del risparmio (quelle che in sigla sono chiamate sgr) interessata a una partnership con il sindacato dei titolari, con tanto di invito a partecipare a un fondo di investimento alternativo finalizzato appunto all’acquisto di farmacie.

I vertici del sindacato avevano riferito dell’eventualità ai delegati del Consiglio nazionale, con l’invito a ragionarci sopra.  Per quanto è stato possibile sapere, l’ipotesi prospettata dalla sgr è quella della costituzione di un fondo al quale potrebbero partecipare anche alcuni investitori istituzionali (il nome che circola è quello della Cassa depositi e prestiti), che però vi prenderebbero parte solo se venisse garantita la presenza di Federfarma.  Al riguardo, la sgr ha chiesto alla sigla delle farmacie private se sia o meno interessata a formulare  una manifestazione d’interesse per procedere nell’ipotesi, e Federfarma ha interpellato al riguardo i delegati del Consiglio nazionale e i presidenti delle unioni regionali e delle associazioni provinciali del sindacato, chiedendo loro di esprimersi sulla questione in vista del Consiglio nazionale in calendario il prossimo 25 marzo. Sarà in quell’occasione, con ogni probabilità, che si  che si discuterà se proseguire nell’interlocuzione con la sgr o lasciare stare.

Le risposte arrivate finora (ce ne risultano tre: Federfarma Lombardia, Federfarma Firenze e Federfarma Umbria)  rispecchiano quello che, grossomodo,  è il rapporto quantitativo che emerge dall’intenso confronto sviluppatosi   – anche con toni talvolta accesi – sulle piattaforme social: i due terzi e più degli interventi sono contrari a “stringere patti col diavolo”, dove il diavolo, inutile precisarlo, è il capitale, quali che siano le vesti che indossa.

Federfarma Lombardia ha bocciato senza se e senza ma, con una delibera approvata all’unanimità, ogni ipotesi di joint venture finanziarie con società di capitale e fondi, come riferisce diffusamente la newsletter di riferimento del sindacato regionale, F-Press. “La Federazione deve tutelare le farmacie indipendenti associate, salvaguardando altresì le piccole farmacie e la corretta competitività interna” si legge nella delibera, e davvero non ci sono Visualizza immagine di originepossibilità di equivoco sul pensiero dei titolari lombardi. A scongiurarli del tutto, peraltro, interviene la presidente Annarosa Racca (nella foto): “Con questa delibera il sindacato regionale esprime un no unanime e convinto a ogni progetto finanziario in cui la federazione si troverebbe seduta accanto a capitali e fondi d’investimento. Se accadesse” continua la presidente di Federfarma Lombardia “mi chiedo con quale faccia poi le farmacie andrebbero a discutere con la politica di sostenibilità del comparto e ruolo di primo presidio del sistema sanitario sul territorio. L’indicazione delle farmacie lombarde, in sostanza, è che il sindacato deve continuare sulla linea che ha perseguito finora”.

“Il progetto ventilato da Federfarma nazionale era condivisibile nell’essenza degli obiettivi” ha aggiunto Gianni Petrosillo, presidente di Federfarma Bergamo ma anche di Sunifar, il sindacato dei rurali di Federfarma,  anch’egli schierato sul fronte del no. “Ma una volta che sono cominciate analisi e discussione sono emerse tutte le sue criticità. È stato un bene che se ne parlasse con schiettezza prima in Consiglio nazionale e poi con i presidenti regionali e provinciali, perché sono emersi punti di vista e perplessità consistenti”.

Un no sonoro e unanime è arrivato anche dal direttivo  Federfarma Firenze. “Siamo dell’idea che l’operazione ventilata l’altra settimana al Consiglio nazionale dai vertici di Federfarma sia del tutto estranea al perimetro delle attività di un sindacato”  spiega sempre a F Press il presidente dell’associazione provinciale Marco Nocentini Mungai. “Anzi, per dirla tutta, proprio non si addicono a un’associazione che per prima cosa deve tutelare i suoi iscritti“.

Ma c’è anche un’altra e fortissima ragione, a giudizio di Nocentini, che dovrebbe spingere ad accantonare subito l’ipotesi di joint venture con il capitale, e risiede nel confronto che Federfarma ha in corso ormai da anni con governo e istituzioni sulla necessità di interventi riformatori in grado di garantire la sostenibilità delle farmacie, soprattutto in una congiuntura qual è l’attuale. Un confronto già molto difficile di suo, che l’eventuale scelta di progetti “arm in arm” con il capitale certamente complicherebbe esponenzialmente. “Anche solo mettere all’ordine del giorno ipotesi come quella di un’alleanza con il capitale” osserva Nocentini al riguardo “non mette in una buona posizione i farmacisti titolari”.

All’opposto, i sindacati dei titolari dell’Umbria  vedono nella proposta avanzata a Federfarma dalla sgr un’opportunità che andrebbe approfondita e non respinta aprioristicamente, alla luce del fatto che essa non risponde a logiche esclusivamente  finanziarie, ma sembra rispettosa “di quel respiro strutturale e professionale che, seppur in maniera molto autonoma, la rete delle farmacie ha fino ad ora dato e garantito all’istituzione farmacia e ai cittadini”.

In buona sostanza, argomentano i presidenti di Federfarma Umbria, Federfarma Perugia e Federfarma Terni Augusto Luciani (nella foto), Silvia Pagliacci e Maurizio Bettelli, nell’ipotesi prospettata dalla sgr, Federfarma verrebbe a trovarsi in posizione non ancillare e anzi certificherebbe e qualificherebbe il progetto, sgombrando il campo da illazioni speculative e intervenendo nella selezione dei possibili investitori. “La presenza del sindacato permetterebbe di porre con autorevolezza sul tavolo alcune istanze di salvaguardia e tutela” scrivono gli esponenti delle farmacie umbre in una lettera inviata a tutti i componenti del Consiglio nazionale Federfarma, esplicitando alcuni esempi, dalla possibilità di limitare l’adesione al fondo a determinate categorie di investitori (ad esempio farmacie e/o titolari di farmacie ed enti e istituzioni chiaramente riconducibili alla categoria) al divieto esplicito di cessione del fondo di investimento, tutto o in parte,  a soggetti che perseguano finalità non coerenti con l’interesse della cultura del servizio pubblico della farmacia.

“L’intervento di Federfarma consentirebbe pertanto di dare un ‘respiro di sistema’ all’operazione, grazie al coinvolgimento ampio della categoria che viene messa in grado di rispondere a iniziative di carattere commerciale-finanziario, quando non meramente speculative, con una proposta complessiva di natura strutturale/professionale e quindi di lungo periodo” si legge nella lettera dei titolari umbri. “Tale operazione determinerebbe un incremento del valore delle farmacie, di tutte le farmacie, con l’effetto indiretto, ma non secondario, di contribuire al miglioramento dell’outlook delle stesse rispetto al mondo finanziario e bancario.Tale miglioramento di riflesso si trasferirebbe anche nei bilanci delle aziende della distribuzione intermedia riconducibile alla categoria”.

L’esistenza di un interlocutore/investitore istituzionale, inoltre, sarebbe un elemento di garanzia per i titolari che volessero o dovessero vendere la loro farmacia e  che  “potrebbero farlo con maggiore serenità laddove sapessero che la farmacia nella quale e per la quale si sono spesi resterebbe legata ad un modello operativo professionale e comunque riconducibile alla categoria”, alternativo “a un mero investitore privato di capitali finanziari, magari estero, orientato unicamente a generare plusvalore a favore dei propri investitori in ottica di breve periodo”.

Una ragione in più,  secondo i titolari umbri, per non cestinare pregiudizialmente il progetto prospettato da Federfarma, che  andrebbe invece valutato con la dovuta attenzione, anche alla luce delle trasformazioni intervenute nello scenario farmaceutico, considerando la necessità di operare scelte capaci di determinare in prospettiva un rafforzamento e consolidamento della farmacia italiana, “sia in termini di immagine che sotto il profilo economico”.