FarmacieUnite, recovery plan ultima chiamata per farmacia italiana

Roma, 11 febbraio – Ha il sapore di una chiamata a raccolta, il documento che il Consiglio direttivo di FarmacieUnite, dopo una elaborazione collegiale, ha inviato in primo luogo agli associati, ma anche ai segretari dei partiti politici, ai presidenti di altre sigle sindacali e associative di categoria  e ai giornali di settore.

Una chiamata a raccolta, alla vigilia della formazione e dell’insediamento del governo di Mario Draghi, tutta incentrata sulla necessità di rivedere le indicazioni della bozza di Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), più noto giornalisticamente come Recovery plan,  nel capitolo dedicato allo sviluppo della sanità territoriale, snodo decisivo per il rilancio della sanità pubblica. In quelle indicazioni, si prevede di potenziare la sanità di prossimità istituendo nuove strutture, le “case di comunità” (ben 4280 sul territorio nazionale) , che dovrebbero decongestionare gli ospedali e fornire assistenza sul territorio, e non si dice invece molto più di nulla su come valorizzare le realtà che sul territorio già esistono, anche se non sono messe in condizioni di operare come vorrebbero e potrebbero: i medici di medicina generale e le farmacie convenzionate  territoriali.

Risultato immagine per Franco Muschietti Farmacieunite. Dimensioni: 120 x 153. Fonte: www.panoramasanita.itProprio qui si innesca il cuore delle riflessioni di FarmacieUnite, preoccupata che il Recovery Plan (che al potenziamento della medicina territoriale e della telemedicina riserva, 7,5 miliardi) possa risolversi nell’ennesimo colossale spreco di risorse senza risultato. “Insistere nel voler risolvere i problemi dell’assistenza sul territorio tirandofuori dal cappello a cilindro improbabili e costosissimi conigli” scrive il sindacato presieduto da Franco Gariboldi Muschietti (nella foto),  non serve a nulla “se prima non si parte dalla valorizzazione della rete territoriale già esistente, a partire dagli ambulatori medici e dalle farmacie disseminati capillarmente sul territorio”.

“Se le schede sulla sanità della bozza di Recovery plan le avesse scritte chi sa davvero cos’è il nostro sistema sanitario e quali problemi abbia, certamente si sarebbe partiti da qui, dal rafforzamento e dall’integrazione funzionale di strutture e risorse già presenti e operanti sul territorio(dove costituiscono spesso l’unico riferimento e risposta ai bisogni dei cittadini)” scrive ancora FarmacieUnite “anziché avventurarsi nell’ipotesi di nuove soluzioni peraltro già vecchie e dimostratesi di incerta realizzazione e ancora più incerti risultati”.

Anche se i problemi sono correttamente individuati, a partire dall’aumento di patologie croniche non trasmissibili, dovute al progressivo incremento della popolazione anziana sul territorio, per FarmacieUnite “è evidente che la strada non può essere quella della creazione ex-novo di strutture che – come è già stato dimostrato – porterebbero a una pericolosa spersonalizzazione del rapporto tra sistema sanitario e paziente, finendo per dissipare quello che è rimasto l’unico e vero patrimonio dell’assistenza di prossimità, ovvero i “dottori della salute”. Sono infatti imedici di famiglia e i farmacisti delle farmacie di comunità le risorse professionali che costituiscono il prezioso ecosistema che ha permesso, durante la recente crisi pandemica e in manifesta assenza di linee guida ministeriali, di limitare una catastrofe più che prevedibile”.

Se davvero, come si legge testualmente nella bozza di Pnrr, è “strategico per il futuro e per la sostenibilità del Ssn” individuare “soluzioni in cui la casa possa essere una risposta alle esigenze di salute, soprattutto per i pazienti cronici anziani”, è proprio dai medici e dalle farmacie – scrive FarmacieUnite – “che operano nella prossimità che bisogna partire, senza tanti voli pindarici”.

La farmacia italiana deve pretendere, si legge ancora nel documento del sindacato “di poter offrire un contributo al nuovo governo in sede di elaborazione del Pnrr, chiedendo, nell’occasione, risposte a quesiti ormai cruciali e fin qui rimasti inevasi: cosa vuole davvero lo Stato dallo straordinario patrimonio rappresentato dalle 19mila farmacie di comunità aperte in ogni angolo del territorio nazionale? E cosa vuole e può garantire in cambio?”

È il passaggio cruciale del ragionamento di FarmacieUnite: se, nella prospettiva necessaria del potenziamento della sanità territoriale, si vuole che le farmacie continuino a essere uno degli indispensabili capisaldi dell’assistenza di prossimità e il presidio di salute più accessibile ai cittadini (e spesso, in molte località del Paese, anche l’unico), “servono scelte coerenti e conseguenti, in particolare in materia di sostenibilità del servizio. Governo e Regioni debbono comprendere che –prima ancora di ogni altra cosa – dossier come il rinnovo della convenzione farmacie-Ssn e riforma della remunerazione non possono più essere rinviati”.

Visualizza immagine di origineIl documento esprime l’auspicio che il capo del prossimo governo, Mario Draghi (nella foto), che dovrebbe ben conoscere ciò che la farmacia è e rappresenta nel tessuto vivo di una comunità, vantando solide ascendenze al riguardo (suo nonno materno era titolare della farmacia di Monteverde, in Irpinia, e laureata in farmacista era anche sua madre), sappia  “valutare con attenzione le istanze di una categoria che altro non chiede che di poter fare, in un quadro di regole certe e condivise a livello nazionale, quello che sa fare bene e può fare anche infinitamente meglio: garantire ai cittadini il vitale servizio di assistenza farmaceutica, integrandolo con altri servizi e prestazioni professionali che concorrano a garantire, in integrazione con gli altri professionisti e strutture del territorio, un’efficace ed efficiente sanità di prossimità a tutti i cittadini”.

Secondo FarmacieUnite, la farmacia italiana non può né deve chiedere altro che questo, al nuovo governo, “con voce unica, coesa e ferma, mettendo per una volta da parte i protagonismi di chi ritiene,al contrario, di essere l’unico ad aver titolo a pensare e parlare”. Il Pnrr, secondo il sindacato guidato da Muschietti, “è l’ultima chiamata per restituire alle farmacie il senso vero del loro servizio a tutela della salute pubblica, enfatizzando il loro ruolo di presidi di prossimità più vicini al cittadino, attraverso autentici percorsi di integrazione con gli altri operatori e servizi della sanità territoriale, in una prospettiva di efficacia, efficienza, modernità e corretto uso delle risorse economiche”.

Ed si tratta di una chiamata alla quale la categoria tutta dovrà essere capace di rispondere recuperando un’univoca e più equilibrata linea di indirizzo, che superi gli eccessi di enfasi sulla  “farmacia dei servizi”, prospettiva che a giudizio di FarmacieUnite ha un senso solo se declinata in un contesto che restituisca alle farmacie, alla luce delle nuove possibilità offerte dai processi di innovazione e trasformazione della sanità, il ruolo per cui sono nate e che sanno fare meglio di chiunque altro: “Garantire ai cittadini l’accesso a tutti i farmaci (esclusi ovviamente quelli che necessitano di somministrazione controllata in ospedale), assicurando al contempo un ‘governo’ assistito e sicuro delle terapie e il loro monitoraggio”.

Servizi sì, dunque, ma che ruotino in primo luogo intorno al farmaco: “Tutti noi che di farmacia e per la farmacia viviamo” scrive FarmacieUnite nel suo documento “siamo perfettamente consapevoli che, senza il farmaco, per i nostri presidi viene meno la loro stessa ragion d’essere (ma anche la loro stessa radice semantica) e che nessuna evoluzione in direzione dei servizi –men che meno quelli che diluirebbero l’identità dei nostri esercizi omologandoli a ambulatori e/o piccoli centri clinici– garantirà mai la necessaria sostenibilità economica e, soprattutto, la possibilità di fare, prima di ogni altra cosa, la professione che sappiamo fare e della quale, fino a prova contraria, siamo gli unici specialisti”.

 

FarmacieUnite – Riflessioni sul Recovery plan