Regioni chiedono più libertà nell’uso dei fondi per sperimentare la farmacia dei servizi

Roma, 27 gennaio – La notizia, che certamente non è di poco conto, arriva da una circolare che Federfarma ha inviato nei giorni scorsi alle sue articolazioni territoriali per un aggiornamento sui 36 milioni di euro stanziati ormai quattro anni fa, con la Legge di bilancio 2017, e destinati  alla sperimentazione della “farmacia dei servizi” in nove Regioni del Paese (da nord a sud: Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia).

Quei soldi sono stati infatti ormai completamente messi a disposizione delle Regioni e, scrive Federfarma, dovrebbero essere nella piena disponibilità delle Regioni coinvolte nella sperimentazione. Più che doveroso, dunque, oltre che legittimo,  cercare di capire come le amministrazioni regionali abbiano cominciato o si accingano a utilizzare quei fondi finalizzati a un impiego ben preciso. Le esplorazioni di Federfarma al riguardo hanno prodotto esiti davvero poco rassicuranti, per quanto è dato capire: dalle interlocuzioni con il ministero della Salute, infatti, il sindacato di via Emanuele Filiberto scrive di avere appreso della richiesta, da parte di alcune Regioni, di utilizzare i soldi della sperimentazione della “farmacia dei servizi”, almeno in parte, per altri scopi, come ad esempio la copertura economica della partecipazione delle farmacie territoriali alle attività di testing&tracing  di Covid 19, con l’effettuazione di test sierologici, tamponi rapidi e vaccinazioni. In fondo (questo il sotto testo della richiesta delle Regioni),  sempre di servizi in farmacia si tratta.

Il ministero, secondo quanto scrive Federfarma nella sua circolare, sarebbe orientato a “sottoporre la questione alla Conferenza Stato-Regioni per una nuova deliberazione, prevedendo comunque di mantenere la destinazione di una quota dei suddetti finanziamenti per la sperimentazione dei servizi”. Un orientamento che di fatto suona già come una risposta affermativa alla richiesta delle amministrazioni regionali: almeno in parte (bisognerà solo vederne la consistenza), i 36 milioni della sperimentazione della “farmacia dei servizi” avranno dunque anche altre destinazioni, compreso – come detto – il pagamento di servizi che le farmacie già rendono nell’ambito del contrasto all’emergenza pandemica.

“Se non è zuppa è pan bagnato”, potrebbe pensare qualcuno: in fondo, sono sempre risorse spese per i servizi in farmacia, e quindi ci si può stare. In realtà non è davvero così: le due ricette sono molto diverse, perché – rimanendo nella metafora culinaria –  la zuppa (ovvero il finanziamento della sperimentazione) in realtà avrebbe dovuto essere un potage servito come hors d’oeuvre  per stimolare l’appetito e (grazie ai dati raccolti sull’efficacia e anche sulla sostenibilità e convenienza economica della “farmacia dei servizi”) per convincere le Regioni a credere e investire nel menu completo dei servizi in farmacia, contemplando la prospettiva di metterli finalmente a regime e remunerarli.

Il pan bagnato dei fondi usati per pagare i servizi di monitoraggio dei contagi Covid, invece, rischia di essere solo il classico spuntino spezza-fame, sicuramente gradito al momento, ma privo di prospettive ed effetti per i pranzi e le cene a venire.

Quella che arriva da Federfarma, insomma, per quanti credono che il futuro della farmacia non può che passare attraverso la frontiera della “farmacia dei servizi”, non è una buona notizia: laddove i soldi della sperimentazione della “farmacia dei servizi”, anziché andare tutti a verificare con progetti ad hoc  l’efficacia sanitaria, organizzativa ed economica del modello perseguito con forza, ormai da anni, dalle principali sigle di categoria, vengano dirottati anche solo in parte altrove (e non rileva che in questo altrove siano comprese prestazioni contingenti rese dalle farmacie), è del tutto evidente che la sperimentazione viene di fatto pregiudicata già nelle premesse. E non si tratta (così mettiamo in tavola pure il vino…) di vedere mezzo vuoto un bicchiere che invece è mezzo pieno. Perché la realtà è, più semplicemente, che quel bicchiere – nel momento decisivo – c’è sempre qualcuno (e non è mai la farmacia) che decide di svuotarlo.