Equity fund, Consiglio nazionale Federfarma accantona l’ipotesi senza neanche il voto

Roma, 26 marzo – Molto rumore per nulla: scomodare il Grande Bardo per l’occasione è quasi blasfemia, ce ne rendiamo perfettamente conto, ma in effetti non ci sovviene un’espressione più efficace per dare conto dell’esito del Consiglio nazionale di Federfarma tenutosi ieri per discutere un tema spinoso e controverso, ovvero l’opportunità o meno, per il sindacato dei titolari, di entrare in un fondo di investimento alternativo finalizzato all’acquisto di farmacie.

La questione, come è noto, ha sollevato all’interno della categoria un’infinità di accese discussioni, tracimate sulle piattaforme social, ed è stata oggetto di riflessioni e dibattiti, nelle ultime settimane, all’interno delle articolazioni territoriali del sindacato, alcune delle quali (tra le quali pezzi da novanta come Federfarma Lombardia, Urtofar e Federfarma Liguria) hanno pubblicamente annunciato nei giorni scorsi il loro no unanime, senza se e senza ma, all’ipotesi prospettata al sindacato nazionale da una sgr interessata a verificare l’eventuale interesse del sindacato dei titolari a una partnership per costituire un fondo di private equity con la finalità di operare nel mercato della compravendita e gestione di farmacie.

Proprio in ragione della spinosità del tema, i vertici del sindacato – come ieri il presidente Marco Cossolo (nella foto) ha tenuto a ribadire – hanno ritenuto di dover  sottoporre la proposta della sgr (una semplice richiesta di manifestazione di interesse)  alla valutazione di tutti i delegati del Consiglio nazionale e dei presidenti delle unioni regionali e delle associazioni provinciali del sindacato, chiedendo loro di esprimersi sulla questione in vista del Consiglio nazionale in calendario ieri. Ed è stato subito chiaro, fin dalle prime reazioni emerse, che l’idea di stringere forme di collaborazione con società di capitale incontra all’interno della categoria più resistenze che interesse e curiosità. La prospettiva di sedere accanto a capitali e fondi d’investimento che fanno business comprando farmacie, insomma, non ha trovato troppi estimatori, come ha confermato il Consiglio nazionale di ieri, dove i delegati favorevoli ad andare almeno a vedere le carte della proposta della sgr erano in evidente minoranza: solo Federfarma Umbria (all’unanimità), Federfarma Emilia Romagna (a maggioranza) e Federfarma Campania (anch’essa a maggioranza), con l’assenso sparuto e sparso di singoli delegati in qualche provincia.

Impossibile dare i risultati di una conta dei favorevoli e dei contrari, perché – molto semplicemente –  non c’è stata alcuna conta. Constatata la situazione di evidente, diffusa e plastica contrarietà all’ipotesi di “andare a braccetto” con il capitale in un fondo finalizzato all’acquisto di farmacie, i vertici del sindacato hanno deciso di soprassedere e non sottoporre nemmeno la proposta al voto dei delegati del Consiglio nazionale.

Questione archiviata, dunque, di fatto prima ancora di essere istruita. Il che, ovviamente, non esclude che possa ripresentarsi più avanti: perché è ben vero, come hanno osservato alcuni tra i molti delegati dissenzienti, che “non ci allea con il capitale per combattere il capitale”, ma non è meno vero che il capitale è lì, incombe e non c’è alcun segno che lasci presagire che possa andarsene (anzi!). Farci i conti, dunque, sarà inevitabile e ineludibile. E alla porta di Federfarma, c’è da scommetterci, prima o poi finirà per bussare qualche altra sgr o fondo di investimento o società finanziaria o (perché no?) banca pronta a fare la sua proposta. Converrà dunque prepararsi, attraverso un confronto aperto, franco e condiviso all’interno del sindacato, per sapere quale sia la risposta da dare. Sarà quella, infatti, a dire anche ciò che il sindacato vuole essere e fare.