Covid, i dati Ecdc: ripresa preoccupante dei contagi in Paesi europei

Roma, 27 luglio – Parafrasando e aggiornando il proverbio della Madonna Candelora, che da secoli, nel nostro Paese,  utilizziamo come metro per misurare l’uscita o meno dall’inverno (dal quale il 2 febbraio si sarebbe ormai “fora”, tranne che se piove o tira vento, indizi inequivocabili dello starci ancora”drento”), si potrebbe dire, con riferimento al santo di oggi, “San Pantaleone, dal Covid liberazione, ma se ancora c’è contagio si fa brutto ogni presagio”.

Destano infatti più di una preoccupazione i dati forniti venerdì scorso dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc): per quanto fortunatamente lontani da quelli che funestano Usa, Brasile, India, Russia e Sudafrica, che da soli contano quasi 9 milioni di casi, i numeri dell’Ecdc invitano alla massima allerta.  I nuovi contagi da coronavirus hanno registrato una brusca impennata anche in Europa, rendendo più concreto lo spettro (agitato soprattutto negli ultimi giorni dai virologi, tornati ad affacciarsi alle finestre del sistema mediatico per mettere in guardia contro la necessità di non allentare le misure anti-Covid) di una nuova ondata pandemica alla ripresa autunnale.

Solo in Spagna, negli ultimi sette giorni, si sono verificati quasi 10mila nuovi casi. E non è l’unico Paese a destare preoccupazione:  sempre negli ultimi sette giorni si sono registrati quasi 6300 nuovi contagi in Romania, 5.560 in Francia, 4594 nel Regno Unito e 3340 in Germania.

Meno preoccupante la situazione in Italia, dove i nuovi casi nell’ultima settimana sono stati 1.602. Che, per pochi che siano, indicano in ogni caso una incontestabile verità: il Sars CoV-2 è ancora in circolazione anche nel nostro Paese. E potrebbe rialzare la testa, soprattutto in caso di un allentamento delle misure poste in essere per contrastarne la diffusione. Dal Covid, insomma, non siamo ancora “fora”. C’è chi ritiene, e la fa con toni piuttosto  forti, che ricordarlo altro non sia che fare “catastrofismo” e “terrorismo psicologico”, autorizzando in pratica il Governo a prolungare la stagione emergenziale per disporre come meglio crede del suo potere, con un’esautorazione di fatto del Parlamento.

Che però, per grave che sia (e lo è) non è un fenomeno di oggi nè originato dal coronavirus: ormai da molti anni si registra infatti (come documenta da tempo Openpolis) un’attività legislativa molto modesta del Parlamento, surclassato dai vari Governi che si sono succeduti. Anche l’esecutivo precedente a questo, per dire, quello con Salvini e Di Maio vicepremier tuttofare e il premier Conte in secondo piano, imponeva la sua primazia a Camera e Senato, ai quali ha lasciato giusto qualche spicciolo: solo il 16% delle leggi andate in porto è nato su proposta delle assemblee legislative, tutto il resto è stata farina del sacco del governo. Agitare lo spauracchio di questa “emergenza istituzionale-democratica”, dunque appare come minimo strumentale. Nel caso di specie, gli inviti a mantenere alte le soglie dell’attenzione e della prudenza, evitando di allentare le misure preventive, sono  dettate da semplice buonsenso. Perchè è vero che scegliere di vivere è in linea generale meglio che rinunciare a vivere per paura di morire. Ma scegliere di vivere è anche mantenere misure e comportamenti che aiutino a farlo e che, soprattutto (come forse vorrebbero i teorici del “liberi tutti”) impediscano il rischio di condannare gli altri alla malattia e (nel peggiore dei casi) alla morte.