Commissione Ecm, bonus 50 crediti: “Subito norma per estenderla”

Roma, 15 giugno – Proroga del termine per il recupero del debito formativo per il triennio 2017-2019, ma anche per lo spostamento dei crediti maturati per il recupero del debito formativo relativamente al triennio formativo 2014-2016, spostati  al 31 dicembre 2021. Questi i due principali temi all’ordine del giorno dell’ultimo incontro (in videoconferenza) della Commissione nazionale Ecm, che ha inevitabilmente affrontato anche lo spinoso tema del bonus dei 50 crediti (previsto dal Decreto Scuola convertito in legge la scorsa settimana) riconosciuto a “medici, odontoiatri, infermieri e farmacisti in qualità di dipendenti delle aziende ospedaliere, delle università, delle unità sanitarie locali e delle strutture sanitarie private accreditate o come liberi professionisti, a coloro che abbiano continuato a svolgere la propria attività professionale durante l’emergenza Covid”. 

La formulazione della norma discrimina però i farmacisti collaboratori di farmacia private e pubbliche (essendo questi presidi sanitari convenzionati ma non accreditati, a meno di non voler ritenere che la convenzione assorba in sé la categoria dell’accreditamento), che non rientrano in senso stretto nella categoria dei professionisti “accreditati” né in quella dei “liberi professionisti”, essendo per lo più dipendenti, con la sola eccezione di quelli con contratto co.co.co) e con loro anche molte altre categorie di professionisti sanitari, come ostetriche, tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche della riabilitazione e della prevenzione, chimici, fisici, biologi, psicologi e così via. Realtà della quale la Commissione nazionale ha preso atto, assumendo la decisione di chiedere alle istituzioni governative e parlamentari la modifica del testo (segnatamente, l’art. 6, comma 2-ter), con la raccomandazione di farlo  “nel primo provvedimento utile”.

Questo  il nuovo testo proposto dalla Commissione: “I crediti formativi del triennio 2020-2021, da acquisire, ai sensi dell’articolo 16-bis del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e della legge 24 dicembre 2007, n. 244, attraverso l’attività di formazione continua in medicina (Ecm), si intendono già maturati in ragione di un terzo per tutti i professionisti sanitari così definiti dalla legge 11 gennaio 2018, n. 3”.

Contro il bonus dei 50 crediti, però, si era intanto messa di traverso l’Associazione dei provider per la formazione nella sanità, stupita dal provvedimento, che ha definito un regalo a medici, infermieri, odontoiatri e farmacisti per il Covid-19.

Il presidente dell’associazione, Simone Colombati, presidente dell’associazione, parla di possibile incostituzionalità della misura, che interviene su una  materia demandata alle Regioni, definendola  sbagliata sotto molteplici profili. “Innanzitutto, assegnare 50 crediti agli operatori sanitari che hanno lavorato durante il Covid-19 oltre ad essere un concetto espresso male, fa passare il principio che l’aggiornamento continuo sia un qualcosa di inutile per la professione” osserva Colombati “e quindi possa essere regalato come un bonus in busta paga o un giorno di ferie. Altro, ed eticamente più corretto, sarebbe la conversione di parte dei crediti formativi di chi ha lavorato in un ospedale Covid in formazione sul campo”.

Da mesi l’Associazione Provider chiede invano di essere ascoltata mentre assiste a “un susseguirsi di proroghe dei termini, bonus e regali di crediti che stanno svilendo l’importanza dell’aggiornamento continuo”.  L’associazione sta per questo  “sensibilizzando tutti gli interlocutori istituzionali a livello politico ed ordinistico affinché almeno si deliberi che questo ‘regalo’ di crediti avvenga previa la presentazione di una certificazione attestante l’effettivo lavoro connesso con l’emergenza Covid. Si fatica a capire infatti, per quale motivo un medico che lavora in un luogo poco colpito dal virus o che abbia temporaneamente interrotto la sua attività, non abbia potuto o possa ancora aggiornarsi”.

Peraltro, prosegue l’associazione, “i dati di fruizione di eventi formativi hanno subito un’impennata in questi mesi di lockdown proprio a testimoniare il fatto che pochi operatori sanitari sono stati effettivamente coinvolti nell’emergenza ed anche che gli altri hanno trovato utile alla loro professione aggiornarsi a distanza. I corsi Fad accreditati da gennaio a maggio 2020 sono oltre 3.800 contro i 1.500 dello scorso anno, mentre i residenziali sono scesi da 32mila a 2.600. Peraltro, gran parte di questi eventi formativi in modalità Fad sono fruibili gratuitamente”.

“I provider, sempre più impegnati per offrire aggiornamenti formativi di qualità, stanno investendo in tecnologie e piattaforme digitali” rivendica ancora l’associazione “per convertire la loro offerta da residenziale a distanza. Questa legge li metterà definitivamente in ginocchio. Sono previste chiusure e licenziamenti per un comparto di oltre 1.500 aziende con decine di migliaia di occupati tra diretto e indotto”.

Riflessi economici che peseranno anche sull’Agenas che – si stima – “perderà a causa di questa decisione almeno 9 milioni di euro di introiti provenienti dai provider”.

In Italia sono accreditati 1.128 provider, di cui 783 rappresentati da società, agenzie ed enti privati e 579 provider Ecm esclusivamente Fad di cui 413 gestite da società, agenzie ed enti privati. “Riteniamo dunque – conclude l’associazione – che questo provvedimento danneggi un intero comparto e svilisca l’importanza della formazione per le professioni sanitarie previste per legge”.