Incompatibilità con altri lavori: Cds conferma, vale anche per cotitolari

Roma, 23 luglio – È il caso di convincersene e farsene una ragione: la condizione di titolare in associazione di una farmacia vinta partecipando a un concorso straordinario è  incompatibile con  qualsiasi altro tipo di lavoro, pubblico o privato che sia, ai sensi dell’articolo 8 della legge 362 del 1991.

Lo ribadisce la sentenza del Consiglio di Stato n. 4634/2020 pubblicata il 20 luglio scorso (estensore Stefania Santoleri, presidente Roberto Garofoli),  che ha respinto l’appello  opposto da due farmaciste romane contro la sentenza di primo grado del Tar Lazio (la n. 5557 del 2 maggio 2019) con la quale era stato confermato il provvedimento con il quale  Roma Capitale (dopo averla inizialmente concessa) aveva disposto la revoca dell’autorizzazione all’apertura della farmacia assegnata al primo interpello alle due ricorrenti in forma associata con il concorso straordinario del 2012.

Una vicenda ben nota, e non solo a Roma, e di cui molto si è detto e scritto per una serie di motivi: la materia del contendere, ovvero l’incompatibilità della  condizione di co-titolarità di una farmacia con altri rapporti di lavoro, diventata oltre modo controversa dopo l’entrata in vigore della Legge n. 124/17 sulla concorrenza e ancora oggetto di perplessità e dubbi; le diverse pronunce intervenute in sede amministrativa, non ultimo il  parere della Commissione speciale dello stesso Consiglio di Stato n. 69/2018; le motivazioni addotte dalle ricorrenti per sostenere i loro ricorsi e, infine, la circostanza che il contenzioso vedesse tra i suoi protagonisti una docente universitaria, rimasta tale anche dopo l’assegnazione e l’apertura della farmacia per la quale il Comune di Roma ha poi revocato l’autorizzazione.

La già ricordata sentenza n. 5557/2019  con la quale il Tar Lazio aveva respinto l’impugnazione della revoca invocata dalle due ricorrenti (costituitesi in società, una Sas rappresentata dalla socia che aveva assunto la carica di direttore della farmacia, priva di vincoli dovuti ad altri rapporti di lavoro) aveva rigettato tutte le argomentazioni addotte in sede di ricorso, prima tra tutte quella che il profilo della socia docente, non partecipando alla titolarità e alla gestione dell’esercizi farmaceutico,  fosse quello di un semplice socio di capitale e la sua “co-titolarità”, in queste condizioni, altro non sarebbe che un semplice nomen iuris, tale da non rendere applicabili le incompatibilità previste dall’articolo 8, comma 1, della 362/91.  In parole più semplici, secondo la tesi delle ricorrenti  ai soci di capitali delle società costituite per l’esercizio della farmacia, ove non coinvolti nella gestione della società, non possono essere applicati i divieti invocati invece dall’amministrazione capitolina nella procedura di revoca. Argomentazioni che però non fecero breccia tra i giudici amministrativi:  “La farmacista” si legge nella sentenza del Tar Lazio “ha ottenuto l’assegnazione della sede farmaceutica avvalendosi della previsione dell’articolo 11, comma 7, del decreto legge 1/2012, dove si stabilisce una correlazione necessaria tra co-titolarità e co-gestione della farmacia, per un periodo di almeno tre anni, quale conseguenza della partecipazione congiunta alla procedura per l’assegnazione della sede”.

Una valutazione che, insieme ad altre, il Consiglio di Stato ha confermato in sede di appello, dopo aver ripercorso l’intera vicenda, di fatto originata a seguito di un’autorizzazione rilasciata da Roma Capitale “sulla base di una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, resa dalla dott.ssa Antiochia, recante l’attestazione di circostanze obiettivamente non veritiere, ossia l’assenza delle situazioni indicate (ovvero il suo incarico di docente all’Università Sapienza, NdR)  quali cause di incompatibilità dall’articolo 13 della legge n. 476 del 1968″  e proprio per questo motivo successivamente (e inevitabilmente) revocata.

Il supremo consesso amministrativo si sofferma però anche sulla particolare natura del concorso straordinario, regolato da una “disciplina speciale che prevede la co-titolarità e la co-gestione in caso di partecipazione associata”, che condiziona la titolarità della farmacia assegnata  “al mantenimento della gestione associata da parte degli stessi vincitori, su base paritaria, per un periodo di tre anni”, avendo anche cura di precisare che tale titolarità “resta congiuntamente in capo ai soci”.

L’autorizzazione rilasciata alle due ricorrenti, in altre parole, “era unica e inscindibile, per cui le vicende relative alle dichiarazioni rese da una delle titolari non potevano che coinvolgere necessariamente anche l’altra, mentre l’annullamento nei confronti di una soltanto delle predette farmaciste non era neppure ipotizzabile”. Una sorta di “simul stabunt simul cadent”, insomma, a voler sintetizzare la fattispecie in una frase. Del tutto coerente, peraltro, con lo spirito delle norme “extra ordinem” del concorso del 2012, con la possibilità di concorrere in associazione introdotta con il fine di allargare a quanti più farmacisti possibile l’acquisizione di una farmacia: evidente, dunque, che tutti i soggetti partecipanti all’associazione che  – con i propri titoli – abbiano concorso al raggiungimento del punteggio utile a conseguire una farmacia, rispettino le prescrizioni e le responsabilità che ne discendono, assumendo la titolarità dell’esercizio a tutti gli effetti per i tre anni previsti. Come di fatto conferma il Consiglio di Stato con la sua sentenza, ribadendo che, insieme agli altri soci vincitori, “su base paritaria” e “per un periodo di tre anni”, un co-titolare della farmacia vinta non può limitarsi al ruolo di mero socio di capitale.

La sentenza in parola – che certamente non mancherà nei prossimi giorni di animare il dibattito degli esperti di settore – interviene anche sul presunto vulnus che, secondo le memorie difensive delle ricorrenti, la revoca dell’autorizzazione all’apertura della farmacia disposta da Roma Capitale avrebbe provocato nei confronti della collettività servita dal nuovo esercizio. Al riguardo, scrive il Consiglio di Stato, “è sufficiente rilevare che – come evidenziato da Roma Capitale nella nota del 18 giugno 2018 – la sede farmaceutica, prevista nella pianta organica, sarà rimessa a bando per una nuova assegnazione’, con la conseguenza che dal provvedimento non deriva alcun pregiudizio per la collettività non avendo alcuno specifico interesse a che la farmacia sia gestita da un particolare soggetto”.