Cassazione conferma, le ricette bianche hanno valenza certificativa

Roma, 5 novembre – La Corte di Cassazione ha confermato la decisione con la quale la Corte di Appello di Torino aveva condannato il 20 dicembre 2019 un medico piemontese convenzionato con il Ssn per aver prescritto un farmaco a base di testosterone a un  paziente sconosciuto (e non a suo suocero, come il medico aveva inizialmente sostenuto) con due ricette “bianche” poi regolarmente evase in una farmacia di Verbania. Il  medico era stato condannato  per il reato di falsità ideologica in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità, di cui all’art. 481 del codice penale, con pena determinata nel pagamento di una multa di 500 euro .

Il medico aveva opposto ricorso alla sentenza, sostenendo che trattandosi di ricette “bianche” e quindi non riferibili al Ssn, le due ricette causa della sanzione non possono costituire certificati, bensì solo scritture private aventi natura autorizzativa, “posto che non contengono alcuna attestazione di fatti di cui l’atto stesso è destinato a provare la verità, trattandosi di ricette su carta bianca in cui si prescrive un farmaco senza dare atto di uno stato patologico, quindi prive di valenza certificativa d a contenuto meramente autorizzatorio, con cui il medico rimuove l’ostacolo che la legge frappone fra il cittadino e il farmacista al momento dell’acquisto di un farmaco di cui è, appunto, consentita dalla legge la vendita solo se l’utente si munisca di apposita autorizzazione“.  Nelle ricette in parola, secondo il medico ricorrente, manca quindi quel contenuto di dichiarazioni di scienza che connota invece documenti coma la ricetta rossa. Ciò, a suo giudizio, farebbe venire meno il reato di falso ideologico.

La Suprema Corte  ha però giudicato inammissibile il ricorso (qui la copia non ufficiale della sentenza, la n. 28847/2020), in quanto “reiterativo di argomentazioni ampiamente analizzate dalla sentenza impugnata”: ancorché redatte sul ricettario “bianco” personale del medico, quindi nel suo ruolo di libero professionista e non di pubblico ufficiale, i due documenti sono comunque di natura certificativa, in quanto attestano il diritto dell’interessato all’erogazione del medicinale in conseguenza del riscontrato stato patologico, ciò che, nel caso di specie, come affermato nella sentenza della Corte d’appello di Torino, era reso evidente dal fatto che il medicinale prescritto era a base di testosterone, la cui commercializzazione è rigidamente regolamentata e subordinata a specifiche finalità terapeutiche. Ne consegue, secondo la Corte territoriale, l’inquadramento della condotta ai sensi dell’art. 481 del codice penale., nonché “la constatazione che la prescrizione farmacologica presuppone l’accertamento, da parte del medico, della sussistenza di una condiziona patologica che giustifichi la somministrazione del prodotto, a prescindere dall’esplicitazione, sulla ricetta, della diagnosi correlata alla prescrizione”.

La Suprema Corte osserva, alla luce di una serie di pronunce precedenti, che la prescrizione di un medicinale presuppone, in linea generale, che il medico abbia visitato il paziente e abbia riscontrato l’esistenza di una patologia o di un disturbo per la cui cura è necessario il farmaco prescritto nella ricetta. Ovviamente questo principio vale in senso ampio, atteso che se il medico conosce il paziente ed è a conoscenza del tipo di patologia da cui è affetto (ad esempio nel caso di malattie croniche), può anche rilasciare la ricetta senza dover necessariamente visitare ogni volta il paziente. L’importante, però, è che il medico non rilasci mai ricette “al buio”, senza essere sicuro della patologia esistente o basandosi soltanto su quanto gli viene riferito, senza aver provveduto a riscontrare oggettivamente la sussistenza della patologia.

Ne consegue, quindi, secondo la Corte di Cassazione, che in tal senso “deve sicuramente affermarsi, in relazione alla specifica natura della prescrizione farmacologica, come essa non possa basarsi su di una mera notizia fornita da parte di chi la richiede. In questi termini non può non convenirsi con gli approdi ermeneutici che hanno ribadito come un documento proveniente da un medico può qualificarsi certificato medico, ai sensi e per gli effetti di cui all’art 481 cod. pen., in quanto il suo contenuto rappresenti una ‘certificazione’, attesti, cioè, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, per cui il reato di falsità ideologica in certificazione amministrativa deve ritenersi sussistente in tutti i suoi elementi quando il giudizio diagnostico espresso dal medico certificante si fonda su fatti, esplicitamente dichiarati o implicitamente contenuti nel giudizio medesimo, che siano non rispondenti al vero, e ciò sia conosciuto da colui che ne fa attestazione”.

Sarebbe peraltro eccessivo dilatare la portata della norma dando per implicito che ogni prescrizione farmacologica corrisponda necessariamente a una visita del sanitario, automatismo che non può essere individuato soprattutto nei casi – come quello in esame – di assenza nel certificato di una anamnesi e di una diagnosi, che mancano anche sotto l’aspetto grafico. Come detto, infatti, ciò che rileva è la funzione certificativa del sanitario, nel senso indicato, non anche come il sanitario stesso sia pervenuto a porre in essere la certificazione medesima, se attraverso una visita del paziente, un colloquio visivo con lo stesso o altro, soprattutto in considerazione della variegata tipologia di relazione professionale che può sussistere tra un medico ed i suoi pazienti, nonché in considerazione della diversissima tipologia di farmaci prescrivibili.

Occorre, quindi, ai fini di inquadrare correttamente i profili rilevanti nel caso di specie, ricordare la differenza tra le varie tipologie di ricette, per quanto di interesse, fermo restando che entrambe condividono la medesima funzione accertativa.  In particolare, si legge ancora nella sentenza della Corte Suprema, rileva la differenza tra la ricetta redatta su ricettario regionale – che permette l’erogazione di farmaci e prestazioni a carico del Servizio sanitario regionale – e la cosiddetta ricetta “bianca” del ricettario personale del medico, che permette comunque l’erogazione delle prestazioni e dei farmaci, a completo carico del cittadino. La prima, la cosiddetta “ricetta rossa”,  può essere compilata solo dai medici dipendenti di strutture pubbliche o convenzionate con il Servizio sanitario nazionale e viene utilizzata per la prescrizione di una terapia farmacologica, la prescrizione di un esame diagnostico o una visita specialistica a carico del Ssn. I medici dipendenti di strutture pubbliche o convenzionate con il Ssn utilizzano questo ricettario solo nell’ambito dell’esercizio della loro attività di medici del servizio stesso; se un medico svolge anche attività privata, in quei contesto egli non è più un “medico pubblico”, bensì un medico privato e, quindi, non può prescrivere farmaci, viste o esami a carico del Servizio sanitario nazionale, ma deve utilizzare esclusivamente la cosiddetta “ricetta bianca”, così come il medico ospedaliero che svolge anche attività libero professionale in intramoenia, ambito nel quale non può usare il ricettario regionale.

La ricetta bianca, invece, è quella che il medico compila su carta bianca, sulla quale devono essere, però, riportati il nome e cognome del medico, la data, il luogo e la sua firma autografa. In questo tipo di ricetta, quindi, non sono necessari né il nome dell’assistito né l’indicazione dell’anamnesi, Con la ricetta bianca possono essere prescritte tutte le prestazioni di specialistica ambulatoriale, di diagnostica strumentale e di laboratorio, di norma correlate alla branca di specializzazione del medico, ed i farmaci, prestazioni che saranno sempre a carico del cittadino assistito.

La sentenza ricorda anche, per completezza, che la ricetta rossa, una volta cartacea, e ora sempre più sostituita dalla ricetta elettronica o dematerializzata; si tratta di una vera e propria ricetta virtuale, che il medico compila usando uno specifico programma del sistema sanitario della regione, per cui è abilitato. Per permettere ai cittadini di prenotare esami e visite e ritirare i farmaci, il medico stampa un “promemoria” su carta comune, che riporta campi e informazioni dello stesso tipo della ricetta rossa del servizio sanitario; il medico, inoltre, inserisce al computer le stesse informazioni di cui necessita per compilare la ricetta rossa cartacea. Non c’è, quindi, alcuna differenza, in quanto la ricetta elettronica ha le stesse caratteristiche della ricetta rossa – che, tuttavia, è ancora necessaria per alcune specifiche tipologie di prescrizioni (ossigeno, farmaci stupefacenti, sostanze psicotrope, ed altro) – in termini di capacità di prescrizione da parte del medico e di validità temporale, con il vantaggio che, al contrario della ricetta cartacea, quella elettronica permette di ritirare farmaci in qualunque regione, anche diversa dalla propria, senza pagare il prezzo del farmaco, ma solo il ticket della propria regione di residenza e l’eventuale differenza rispetto al prezzo di riferimento del generico a più basso costo.

La ricetta redatta sul ricettario del Sevizio sanitario nazionale e la ricetta bianca differiscono, quindi, anche perché solo sulla prima devono essere indicato il nome e il cognome dell’assistito, il suo codice fiscale, il codice dell’Azienda sanitaria di riferimento, gli eventuali codici e motivi di esenzione e l’eventuale nota Aifa pertinente, salva la richiesta dell’assistito che sul proprio nome e cognome sia apposta una etichetta adesiva per tutelare la sua riservatezza. La ragione di tale differenza sta nel fatto che la prescrizione del Servizio sanitario nazionale non occorre solo per ritirare i medicinali in farmacia, ma è necessaria anche al farmacista per farsi rimborsare dallo Stato il costo dei medicinali forniti agli assistiti. Questa ricetta, quindi, ha anche una finalità amministrativa e contabile, perché con essa il medico pone a carico della finanza pubblica la spesa dei medicinali, con la conseguenza che eventuali prescrizioni di farmaci a carico del Servizio sanitario nazionale che siano ritenute inappropriate, possono essere contestate al medico da parte della Corte dei Conti.

Tali requisiti, ricorda la sentenza della Suprema Corte, non sono al contrario richiesti per la “ricetta bianca”, data la sua funzione, appena descritta, sicché proprio dette caratteristiche consentono di “considerare non condivisibile l’affermazione secondo la quale anche tale tipo di ricetta implichi necessariamente la preventiva visita del paziente da parte del sanitario che la ha rilasciata, non potendosi considerare verificata, in virtù di un ingiustificabile automatismo, una circostanza che non corrisponde neanche ad un’informazione necessaria ai fini della compilazione della prescrizione, posto che l’anamnesi e la diagnosi – come visto – non sono elementi essenziali ed indefettibili della ricetta bianca. Ciò nondimeno, il documento, come detto, conserva intatta la propria valenza certificativa – su cui, quindi, può innestarsi il falso ideologico – nella misura in cui attesti, attraverso la prescrizione, che l’assistito abbia diritto a quella specifica prestazione o a quel determinato farmaco, a prescindere, quindi, dalla peculiare modalità con cui l’accertamento medico è stato effettuato che resta, in questa tipologia di documenti, in un certo senso sullo sfondo, nella misura in cui non è richiesta una specifica tipologia di verifica da parte del medico, che non deve essere neanche attestata; ciò che rileva infatti, è l’attestazione che l’assistito rientri nella categoria dei soggetti aventi diritto alla specifica prestazione farmacologica”.

Ne discende, quindi –  conclude la sentenza della Corte di Cassazione – come nel caso di specie la valutazione operata dalla Corte territoriale appaia in linea con tale incontrastato inquadramento giurisprudenziale, posto che entrambe le ricette “bianche” rilasciate dal medico piemontese  risultano ideologicamente false, sia quanto all’identità dell’assistito a cui il farmaco era stato rilasciato sia, quindi, in riferimento alla totale carenza dei presupposti per la prescrizione del farmaco. Per questi motivi, la  Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di euro 3.000 in favore della Cassa delle Ammende.