Welfare da rivedere, alle stelle spese per salute delle famiglie italiane

Roma, 12 febbraio – In tutto sono 33,7 miliardi, e rappresentano la prima voce di spesa delle famiglie italiane, ciascuna delle quali è ogni anno costretta a esborsi diretti, per minimi che siano, per affrontare problemi di salute, con un importo medio per nucleo pari a 1.336 euro.

A stimare la cifra fu la prima edizione dell’Osservatorio sul bilancio di welfare delle famiglie italiane, presentata alla Camera dei Deputati, all’inizio dello scorso mese di novembre, dalla società Mbs Consulting (una delle principali società italiane indipendenti di consulenza aziendale che da oltre trent’anni opera nei settori assicurativo, bancario e industriale). A riportare il tema  all’attenzione della cronaca è il supplemento Affari&Finanza del quotidiano la Repubblica oggi in edicola, in un articolo dedicato appunto alle spese  per le prestazioni sanitarie e sociali a carico dei cittadini del nostro Paese.

Si tratta, scrive la Repubblica, di 109 miliardi in totale, tra prestazioni sanitarie e sociali, e corrispondono a quasi il 15% del reddito netto degli italiani, pari al 6,5% del Pil. “Una montagna di soldi”, scrive il quotidiano, in uno scenario dove l’assistenza pubblica arretra mentre quella privata non riesce ancora a precisare e perfezionare la sua offerta.  

Di questa “montagna”, quasi 34 miliardi – come già anticipato – vanno in prestazioni sanitarie e farmaci, mentre altri 14 miliardi sono destinati all’assistenza di persone non autosufficienti e alla cura dei bambini; più di sette miliardi se ne vanno in previdenza e prevenzione, altri 15 in servizi di istruzione.

Mettere mano al portafoglio, in molte occasioni, può però anche non bastare:  solo in ambito sanitario, 9,3 milioni di famiglie, ovvero più di una su tre, hanno dovuto rinunciare almeno a una parte di cure. Problemi analoghi, se non maggiori, gli italiani li incontrano anche sul terreno dell’assistenza agli anziani e per i fîgli piccoli, ambiti dove da sempre lo stato brilla per la sua assenza: nel 41% dei casi le famiglie devono fare rinunce, tagliando per esempio l’asilo (19%) o la baby sitter (52%).

Per chiarire  termini del problema, la Repubblica cita Luca Pesenti, docente dell’università Cattolica di Milano, che in un suo libro del 2016 (Il welfare in azienda, edito da Vita e Pensiero). aveva evidenziato come il discorso non sia riducibile alla mancanza di risorse, ma anche all’incapacità di guardare al presente e al futuro. In Italia, osserva Pesenti c’è infatti “uno squilibrio della spesa, eccessivamente sbilanciato sui vecchi rischi sociali (pensioni e sanità) e dunque incapace di affrontare i nuovi rischi”.

Cosi, mentre la famiglia da sola non è più in grado di provvedere ai suoi bisogni, il sistema rimane ingessato in un modello vecchio di decenni. Il welfare italiano ha infatti ha preso forma negli anni Sessanta ed era dunque stato pensato per un’economia in crescita e persone che iniziavano a lavorare giovani e mantenevano un’occupazione fino all’età della pensione. Scenario e dinamiche che da molto tempo hanno cessato di esistere: “Oggi le cose sono cambiate, ognuno ha un percorso personale e différente dagli altri e le famiglie hanno bisogno della libertà di costruirsi il proprio welfare in base alle proprie esigenze specifiche” scrive al riguardo Pesenti, rilevando che – in mancanza di un’offerta adeguata –  agli italiani non resta che arrangiarsi come possono, ricorrendo sempre più spesso a un welfare fai-da-te.

“Certamente avremo ancora bisogno di un welfare pubblico, ancorché trasformato e reso più flessibile rispetto a dimensioni del bisogno che attualmente non riesce a coprire” afferma ancora Pesenti, precisando però che non è tanto un discorso di aumentare la spesa sociale pubblica, quanto di rimodularla e integrarla. Da una parte, servirebbe un riequilibrio del sistema, spostando l’asse dagli anziani alle giovani famiglie. Dall’altra, bisognerebbe implementare il  contributo significativo che potrebbe arrivare dal welfare aziendale, che – scrive la Repubblica“già si sta concentrando su quelle aree meno presidiate dai servizi pubblici, come la conciliazione famiglia-lavoro e la cura degli anziani non autosufficienti”.

Per dare una risposta efficace ai nuovi bisogni delle famiglie, “è necessario integrare le diverse fonti di welfare: sistema pubblico, terzo settore, aziende. In questo modo si otterrebbe un modello più adattabile alle diverse esigenze personali” sostiene Pesenti. “Le istituzioni avranno il compito di svolgere quell’attività di coordinamento che oggi ancora manca e garantire una base universalistica e di equità”.

In questo modo, come peraltro evidenziava il rapporto Mbs Consulting dello scorso novembre, le aziende diventerebbero a tutti gli effetti degli operatori sociali oltre che economici,  “agendo allo stesso tempo  – conclude la Repubblicasu diversi piani: come aggregatori sia di domanda di servizi sociali, sia di offerta insieme ad altre imprese, ma anche come facilitatori d’accesso alle prestazioni per le singole famiglie, in un’ottica anche territoriale e di comunità”.