Vendita comunali, su prelazione dipendenti il CdS si rivolge alla Ue

Roma, 10 luglio Il Consiglio di Stato ha rimesso alla Corte di Giustizia Ue la questione se i principi di libertà di stabilimento, di non discriminazione, di parità di trattamento, di tutela della concorrenza e di libera circolazione dei lavoratori e il canone di proporzionalità e ragionevolezza in essi racchiuso, ostano alla normativa italiana che, in caso di trasferimento della titolarità della farmacia comunale, assegna il diritto di prelazione ai dipendenti della farmacia medesima, in caso di cessione dell’azienda a terzi a mezzo di procedura di gara.

Come dettaglia lo stesso Consiglio di Stato in un approfondimento di giurisprudenza pubblicato sul sito della Giustizia amministrativa, per quanto nell’ ordinamento italiano, la prelazione legale risponde a una logica di tutela preferenziale dell’interesse pubblico sulle istanze di libertà e di autonomia negoziale”, nel caso della cessione di farmacia comunale – nonostante la  presunzione sottesa alle previsioni normative che “il farmacista già dipendente del presidio ceduto offra una garanzia di continuità e di proficua valorizzazione della esperienza già accumulata nella gestione del presidio” – il Consiglio di Stato “dubita che un siffatto diritto di prelazione sia giustificato dalla sussistenza di un interesse pubblico prevalente realmente apprezzabile”.

I giudici del supremo consesso, in particolare, dubitano “che l’esperienza professionale pregressa alle dipendenze della farmacia comunale sia meritevole di specifica valorizzazione”.

“La pregressa dipendenza lavorativa presso la farmacia comunale nulla dice circa la conduzione più o meno positiva del presidio farmaceutico oggetto di cessione e sulla conseguente opportunità di garantirne la continuità” argomenta al riguardo il CdS. “Nondimeno, il meccanismo preferenziale conferisce una preferenza incondizionata, che non tiene conto degli effettivi indici di buona conduzione dell’esercizio farmaceutico e che non si preoccupa di valutare se la concreta esperienza pregressa sia realmente meritevole di essere preservata”.

Dunque, anche se la Corte di Giustizia europea ha asserito che “rientra nella discrezionalità di uno Stato membro l’opzione di rimettere la gestione degli esercizi farmaceutici in favore di soggetti dotati di comprovata qualificazione; e che disposizioni interne, che introducono limitazioni al management degli esercizi farmaceutici, in virtù delle peculiarità del prodotto dispensato, non contrastano con le libertà di stabilimento e di libera circolazione dei servizi” (ma, osserva il CdS, si trattava di pronunce relative a casi relativi a restrizioni limitative giustificate da esigenze di qualificazione professionale e di garanzia del buon espletamento del servizio), la prelazione nella vendita delle farmacie comunali suscita perplessità, in relazione ai canoni di ragionevolezza e proporzionalità, se si considera “il conferimento di specifica rilevanza alla pregressa esperienza professionale del dipendente della farmacia comunale, secondo un meccanismo svincolato da accertati criteri di merito e in una misura, peraltro, così accentuata e pervasiva, quale quella che si realizza attraverso lo strumento della prelazione legale”.
Oltre tutto, osservano i giudici di Palazzo Spada, “il soggetto beneficiario della prelazione vanta una esperienza di ‘dipendente’ della farmacia, che non coincide con quella del ‘titolare’ della farmacia, sicché la stessa non offre garanzie circa la ‘conduzione imprenditoriale’ dell’azienda, di cui il dipendente non ha mai assunto il più ampio governo e la diretta responsabilità”.

Da qui la decisione di rimettere la questione ai giudici europei.