USA, 530 mld di dollari sprecati nel cattivo impiego dei farmaci

Roma, 6 aprile – Uno studio della Skaggs School of Pharmacy dell’University of California di San Diego, pubblicato sugli Annals of Pharmacotherapy  lo scorso 26 marzo e ampiamente ripreso dalle pubblicazioni scientifiche di tutto il mondo (in Italia ne ha riferito anche l’Ansa) rilancia il tema del costo eccessivo delle cure farmacologiche. O meglio:  dei costi dovuti alle prescrizioni inappropriate dei medici, alla mancata aderenza alla terapia dei pazienti e alle conseguenze che da ciò derivano.

Lo studio, coordinato da Jonathan Watanabe, professore associato di Farmacia clinica della Skaggs School of Pharmacy,  stima che negli USA i costi dovuti a  terapie “wrong, skipped and make you sick” (ovvero sbagliate, saltate e che ti fanno ammalare) abbiano toccato nel 2016 l’iperbolica cifra di 528,4 miliardi di dollari sul totale dei 3300 miliardi pagati dalle assicurazioni o direttamente dai cittadini. In valuta europea, significa qualcosa come 430 miliardi di euro su 2400, una percentuale pari  al 16% delle spese sanitarie totali.

Un altro dato estremamente negativo emerso dallo studio è il sensibile peggioramento rispetto ai risultati di una ricerca analoga condotta nel 2008, quando i costi per il “misuse” dei farmaci si fermavano a un pur molto rilevante 13% della spese sanitarie totali.

Dal lavoro di Watanabe e dei suoi collaboratori – che pure non hanno considerato nelle loro stime i costi dovuti a trasporti, perdita di produttività, ricorso all’impiego di infermieri e/o accompagnatori – fornisce esiti davvero impressionanti: inappropriatezze prescrittive, mancata aderenza alle cure e relative conseguenze in termini di Adr, costano a ogni cittadino USA circa 2500 dollari all’anno, circa 2000 euro. Per capire l’enormità della cifra, anche al netto delle differenze tra le economie di USA e Italia, basterà ricordare che nello stesso 2016, la spesa sanitaria totale pro-capite, nel nostro Paese, è stata pari a 2466 euro.  In pratica, appena il 20% in più di quanto gli americani bruciano nel cattivo uso dei farmaci. La soluzione per correggere questa disastrosa deriva? Quella che tutti conoscono ma nessuno sa evidentemente applicare: Watanabe, in ogni caso, la ricorda:  prescrivere, assumere e monitorare nel modo giusto i farmaci.
Facile a dirsi, appunto, molto meno a farsi. E non solo negli USA. A fornire qualche dato relativo alle magagne del nostro Paese, in un’intervista a doctor33, è il direttore dell’Istituto Mario Negri Silvio Garattini, citando alcune delle criticità  che prefigurano somministrazioni potenzialmente erronee. “Dei 10 principi attivi che molti anziani assumono ogni giorno, quanti sono utili e quanti no? Noi conosciamo le interazioni tra due farmaci, non quelle su più di due principi attivi. Una statina salva una vita ogni 90 pazienti trattati, sugli altri 89 non ha questo effetto ma noi non sappiamo quanti degli 89 pazienti sviluppino effetti collaterali, possiamo solo immaginare ve ne siano” spiega Garattini . “E tanto sono presenti nel ragionamento del medico i rischi che nel somministrare i FANS spesso si prescrive l’inibitore di pompa, che a sua volta genera costi a fronte di benefici da quantificare. E quante emorragie da anticoagulanti dobbiamo ricoverare nei pronti soccorso? Non lo sappiamo”.

“In generale, eccesso della dose, della durata del trattamento, di principi attivi assunti caratterizzano un’epoca in cui esaltiamo i ‘plus’ di un farmaco, dimenticando che in quanto attivo un principio ha la sua potenziale tossicità”  conclude il suo ragionamento Garattini. “Dovrebbe essere interesse del servizio sanitario pubblico indagare la tossicità e ridurla, organizzando una risposta attraverso i suoi operatori, ad esempio in contesti di medicina d’iniziativa. Alcune Regioni stanno lavorando, ma serve un investimento indirizzato e deciso”.