Covid, ricerca Università di Milano, 6 italiani su 10 pronti a vaccinarsi

Roma, 9 febbraio – Sei italiani su 10 si dicono disponibili a vaccinarsi contro la Covid,  percentuale che sale  al 75% tra gli anziani e anche tra i giovani (67%), per motivazioni con ogni probabilità diverse: i primi sono consapevoli di essere i più esposti agli esiti gravi della malattia, i secondi vogliono tornare alla vita normale e vedono nel vaccino la soluzione. Consistente, in ogni caso, la quota di scettici, che raggiunge il 30%: il 12% degli intervistati è certo di non volersi vaccinare, il 18% lo ritiene poco probabile. Soltanto il 6% di costoro, però, rientra nella categoria dei no vax, contrari ai vaccini per principio. Sono molto più numerose (16%) le persone che non sono propense a vaccinarsi perché hanno paura degli effetti collaterali del vaccino, dato che sotthttp://eng.sps.unimi.it/extfiles/unimidire/28401/image/antonio-m-chiesi.jpgolinea la necessità e l’urgenza di una capillare campagna informativa sulla vaccinazione. Altro dato significativo: gli italiani favorevoli all’introduzione dell’obbligatorietà del vaccino anti-Covid-19 sono il 43% e superano largamente i contrari (30%, percentuale perfettamente corrispondente alla quota di scettici).

A scattare la fotografia dell’Italia ai tempi di Covid è l’indagine (la secondo, dopo quella condotta nello scorso mese di luglio, quando gli italiani sembravano vedere la luce in fondo al tunnel dell’emergenza pandemica) condotta  da Sps Trend Lab del dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università Statale di Milano, coordinata dai professori Cristiano Vezzoni e Antonio Chiesi (nella foto a destra). Il progetto di ricerca, denominato  ResPOnsE Covid-19, proseguirà anche nel 2021, grazie a un finanziamento della Fondazione Cariplo.

Dalla rilevazione, che analizza i dati emersi alle interviste di un campione di 3000  cittadini nel periodo dal 21 al 31 dicembre, realizzate in collaborazione con Swg, emerge la realtà di una preoccupazione ancora molto diffusa per la pandemia, che sfocia in un atteggiamento ambivalente di attenzione alla necessità di proteggersi ma anche di minore accettazione delle misure restrittive che limitano le libertà personali si è ridotta rispetto al primo lockdown. In ogni caso, nella nuova “normalità” della pandemia, alcuni comportamenti, come ad esempio l’uso delle mascherine, sembrano essere  ormai acquisiti e prevale in ogni caso la quota (quasi il 50%) di chi chiede un inasprimento delle misure di contenimento del virus, mentre solo un quinto chiede di alleggerirle.

Rimane alto il pessimismo sullo sviluppo della situazione economica. Le famiglie percepiscono la situazione come stagnante e sono ormai rassegnate a non vedere un rimbalzo economico positivo nell’immediato futuro, anche perché rimane alta e diffusa in tutte le categorie la percezione del rischio di perdita del posto di lavoro. Questa percezione cresce a dicembre anche tra i dipendenti pubblici, anche se rimane più accentuata tra i dipendenti del settore privato e lavoratori autonomi.

Un capitolo della ricerca  è dedicato alla questione scuola, che a giudizio di una quota molto rilevante di  intervistati (media 4,4 su una scala 0-10) è stata gestita in modo decisamente negativo dal governo Conte. La grande maggioranza degli italiani è d’accordo con la chiusura delle Università (circa 7 su 10) e delle scuole superiori (circa 6 su 10), ma la quota di favorevoli si riduce di molto per le scuole medie (circa 5 su 10), elementari e dell’infanzia (circa 4 su 10).

Sul versante della didattica a distanza (DaD) le opinioni degli italiani intervistati sono piuttosto negative: la maggioranza degli intervistati (73%) ritiene infatti che la scuola italiana non sia attrezzata per gestire la DaD, modalità di insegnamento che peraltro suscita diverse  preoccupazioni in ordine alle possibili conseguenze sociali negative. La maggioranza degli intervistati (circa 6 su 10) pensa  infatti che la DaD produca un aumento delle disuguaglianze sociali e dei disagi psicologici degli alunni e quasi tre quarti  (73%) teme che le ripercussioni della didattica a distanza  si faranno sentire in modo significativo sui genitori che lavorano.

Il rapporto completo è disponibile online alla pagina: https://spstrend.unimi.it/