Torna ipotesi di governo M5S-Lega (con Savona, ma non al MEF)

Roma, 31 maggioMentre la crisi politica si appresta a fare 90 (nel senso del numero dei giorni di durata: siamo ormai all’87°), l’incertezza continua a regnare sovrana sui possibili esiti di una situazione del tutto inedita nella storia del Paese. Mentre resta in pista (ancorché sostanzialmente congelato) l’incarico conferito dal Capo dello Stato Sergio Mattarella all’economista Carlo Cottarelli, che avrebbe già pronta la lista, piuttosto snella, del governo “neutrale” per gestire la transizione verso nuove elezioni, ecco che l’ipotesi di un governo politico costituito da M5S e Lega torna a riproporsi come opzione possibile.

Sotto la stretta sorveglianza del Quirinale, il partito di Matteo Salvini (nella foto) e il Movimento di Luigi Di Maio avrebbero infatti ricominciato a trattare intorno alla prospettiva di quel “governo del cambiamento”, affidato alla guida del giurista Giuseppe Conte, data per irrimediabilmente defunta appena domenica scorsa, dopo lo scontro con il Quirinale sul nome di Paolo Savona come ministro dell’Economia.

E proprio dal nodo rappresentato dalla casella del MEF, in ragione della fino a ieri assoluta indisponibilità (soprattutto di Salvini) a prendere in considerazione altri nomi al posto di Savona, sembrano ripartire i giochi. Sembrerebbe infatti (il condizionale è d’obbligo) che la proposta di Di Maio di lasciare Savona nella squadra di governo, ma trasferendolo in un’altra casella, abbia un qualche spiraglio di praticabilità.

In altre parole, l’assoluta indisponibilità del capo della Lega ad arretrare di un millimetro dalla decisione di affidare il MEF all’economista sardo noto per le sue severe posizioni contro l’Europa e la moneta unica, sembrerebbe meno granitica di quanto non fosse solo fino a qualche ora fa.

Salvini, insomma, avrebbe abbandonato la trincea del “O Savona al MEF o subito elezioni” nella quale era rimasto asserragliato fino a ieri, ribadendo il concetto nei molti comizi elettorali ai quali sta partecipando in questi giorni.  A comprovare l’esistenza di un ammorbidimento delle sue posizioni al riguardo, ci sarebbe le decisione di stamattina di non prendere parte a una manifestazione elettorale alla quale era atteso in Lombardia per volare a Roma, presumibilmente a discutere la questione.

Al momento, dunque, l’infinita crisi politica resta sospesa tra due possibili scenari: l’opzione del governo “neutrale”  voluto dal presidente della Repubblica e affidato a Cottarelli  per traghettare il Paese al voto e quella, invece, del varo di un governo politico formato da Lega e M5S.

Mattarella, scottato dalle molte giravolte dei suoi interlocutori, tiene in caldo la carta Cottarelli, che non scioglie la riserva, pur con la lista dei ministri già pronta in tasca, in attesa dello sviluppo degli eventi. Il Quirinale (nei giorni scorsi bersaglio di attacchi violenti e non privi di sgangheratezza, soprattutto da parte degli M5S, arrivati a minacciare la richiesta di impeachment)  avrebbe deciso di accordare altro tempo a Di Maio e Salvini, mantenendo  però “in caldo” la soluzione Cottarelli.

A spingere in direzione del varo del “governo di cambiamento” a maggioranza gialloverde è soprattutto il capo politico dei grillini, che nelle ultime ore ha smesso di schiumare rabbia contro il Quirinale (et pour cause!) e prospettato una linea “trattativista” per portare a Palazzo Chigi il “governo del cambiamento”, sia pure dopo l’inevitabile “aggiustamento”  della squadra relativo alla posizione di Savona.

All’ipotesi, Salvini nella mattinata di ieri aveva subito risposto picche: “Non siamo al mercato”, aveva risposto alla proposta di Di Maio. Ma dopo mezza giornata sera la posizione era decisamente meno tranchant: “Valutiamo quanto questo spostamento sia utile agli italiani” ha infatti dichiarato nella serata di ieri il segretario leghista. Che, per quanto favorevolissimo all’ipotesi di un immediato ritorno al voto del quale (a prestare fede ai sondaggi) sarebbe il principale beneficiario in termini di aumento dei consensi, non vede assolutamente di buon occhio l’ipotesi di andare alle urne il 29 luglio, come potrebbe succedere se Cottarelli andasse con la sua compagine di governo in Aula e fosse sonoramente bocciato e obbligato alle dimissioni.

A fine luglio c’è gente che lavora, gli stagionali, i nonni via coi nipotini” è il ragionamento di Salvini, che si è molto speso negli ultimi giorni tra piazze e mercati per la campagna elettorale delle amministrative. Per contro, il segretario della Lega (secondo quanto trapela da fonti del suo stesso partito) sarebbe disponibile a “non ostacolare soluzioni rapide per affrontare le emergenze”, ovvero a considerare l’ipotesi di accordare una non-sfiducia tecnica a Cottarelli (attraverso l’astensione dal voto)  per permettere a quell’esecutivo di entrare in carica e portare il Paese al voto, ma tra le fine di settembre e l’inizio di ottobre, ovvero in una data più  in autunno.

C’è chi ritiene che sia proprio questo, alla fine , il vero obiettivo del segretario leghista. Ma fare previsioni, come si è visto, in questi giorni offre solo una certezza, che è quella che si rivelano inevitabilmente sbagliate. Anche quella di oggi sarà un’intensa giornata di trattative: se serviranno a qualcosa, lo si scoprirà soltanto vivendo…