Tar Lazio, dichiarato inammissibile un ricorso dei farmacisti grossisti

Roma, 27dicembre – Le farmacie che hanno opposto ricorso davanti al Tar Lazio contro il documento Testo condiviso. Distribuzione medicinali sottoscritto l’8 settembre del 2016 da ministero della Salute, Aifa, alcune Regioni (Lazio e Lombardia, ma relativamente ad alcuni allegati anche Veneto e Friuli Venezia Giulia) e le principali sigle di categorie di produttori, distributori intermedi e farmacie, hanno sbagliato indirizzo: la loro impugnativa è infatti inammissibile, non potendo i giudici amministrativi occuparsi di un atto privo di consistenza provvedimentale quale il documento in parola.

Il quale, ancorché pubblicato sul sito del ministero il 22 settembre del 2016, non è un provvedimento amministrativo ma ha semmai natura di atto regolamentare che esce dalla sfera di competenza del Tribunale amministrativo.

Questa il senso della sentenza del Tar Lazio n. 12624/2017 pubblicata lo scorso 22 dicembre, con la quale è stato appunto dichiarato inammissibile il ricorso di una ventina di farmacie contro il documento “Testo condiviso. Distribuzione medicinali” e contro un verbale di ispezione, basato sullo stesso, redatto dai Nas di Roma in occasione del controllo eseguito nel novembre 2016 nel deposito di una delle farmacie ricorrenti.

Il ricorso delle farmacie contestava, in particolare, la parte del documento che prescrive che i farmaci i farmaci acquistati dalla farmacia titolare anche di autorizzazione alla distribuzione all’ingrosso “non possono che essere ceduti al pubblico e non anche ad altri grossisti atteso che la farmacia è deputata alla erogazione dell’assistenza farmaceutica e non potrebbe svolgere attività di vendita all’ingrosso di medicinali anche se il farmacista fosse in possesso della relativa autorizzazione”.
Il documento e i suoi allegati, osservano i giudici amministrativi, “costituisce il punto di arrivo di un Tavolo tecnico sulle indisponibilità istituto il 2015 dall’Aifa e dal Ministero della salute, volto a sviluppare un progetto pilota di condivisione e di intensificazione delle attività di vigilanza sull’applicazione delle norme in materia di distribuzione dei farmaci, mediante controlli sul territorio aventi l’obiettivo di garantire il corretto funzionamento del sistema distributivo dei medicinali e di arginare fenomeni di distorsione, realizzati attraverso la violazione ovvero l’elusione della normativa di settore”.

I soggetti sottoscrittori condividono alcuni punti di caduta ermeneutici sul tema dei poteri e dei doveri dei così detti farmacisti grossisti, impegnandosi, “al fine di attivare le opportune verifiche“, a inoltrare “le segnalazioni per ciascuno dei medicinali irreperibili (…) direttamente alla Regione/Provincia Autonoma competente previa verifica dell’assenza del medicinale nell’elenco dei medicinali carenti pubblicato sul sito istituzionale dell’Aifa“.

Secondo il Tar Lazio, con il documento il ministero e tutti gli altri soggetti firmatari condividono l’idea che «i medicinali acquistati dalla farmacia, utilizzando il codice univoco che la identifica debbono essere conservati nei magazzini annessi alla stessa, quali risultanti dal provvedimento di autorizzazione all’esercizio o da successivi provvedimenti e possono essere venduti solo al pubblico o ad altri utilizzatori finali previa prescrizione medica e non anche a grossisti, in quanto la farmacia è deputata all’erogazione dell’assistenza farmaceutica e non può svolgere attività di distribuzione all’ingrosso di medicinali, anche se il suo titolare è in possesso di due distinte autorizzazioni“.

Questa interpretazione, sulla quale la Sezione terza Quater del Tar Lazio era già intervenuta con la sentenza 22 febbraio 2017, n. 2703, non vale tuttavia a conferire al documento in questione la dignità del provvedimento amministrativo, spiegano i giudici amministrativi, osservando che “il contenuto ricognitivo o meramente interpretativo del documento, che già per questo vale a collocarlo fuori dall’area provvedimentale, ove pure potesse giustificarne l’inclusione (sempre sul piano dei soli contenuti, mancando comunque le necessarie forme del provvedimento amministrativo) tra gli atti a contenuto generale o programmatorio, lo lascerebbe comunque escluso dal novero degli accordi sostitutivi secondo quanto disposto, per altra via, dal richiamato art. 13 l. n. 241/1990”.

Viene anche evidenziata “l’assenza di una lesività immediata e attuale dello stesso documento, la quale potrebbe concretizzarsi solo in presenza di un puntuale seguito sanzionatorio che assumesse a premessa necessaria proprio l’Accordo condiviso in parola e che, evidentemente, non è rintracciabile neppure nel mero verbale ispettivo dei Nas gravato col ricorso introduttivo”.

“Da tanto discende l’inammissibilità dell’impugnativa” conclude il Tar Lazio, decidendo per la compensazione delle spese di giudizio tra tutte le parti costituite, “in ragione della peculiarità della questione esaminata”.