Studio su Enpaf, titolari di farmacia pagano meno di altre professioni

Roma, 28 febbraio – Contribuire in modo concreto al dibattito sul tema della previdenza, al di fuori delle diatribe che, in qualche caso, sembrano sollevate per ragioni e obiettivi del tutto estranei al merito della questione. Questo lo scopo dello studio che il mensile iFarma pubblicherà sul prossimo numero di aprile, annunciandolo e anticipandolo però già sul numero di marzo, in distribuzione in questi giorni.

Partendo dal presupposto che questioni di rilevanza così importante non possono essere affrontate a colpi di slogan e chiacchiere (quasi mai disinteressate), il giornale diretto da Laura Benfenati pubblica infatti un importante contributo (il cui abstract, a breve disponibile sull’account facebook di iFarma, siamo in grado di proporre ai nostri lettori, grazie alla cortesia degli autori e di iFarma, a questo link ) realizzato da tre esperti ben noti alle cronache di categoria (Marcello Tarabusi, Gianni Trombetta e Francesco Capri) che contribuisce a chiarire come, nella sostanza, sia una leggenda la convinzione (fatta peraltro circolare a piene mani) secondo la quale “i titolari spendono troppo per la previdenza a fronte di pensioni ridicole”.

I tre autori dello studio, dati alla mano, illustrano il peso della contribuzione sui redditi dei titolari di farmacia iscritti all’Enpaf, per poi  metterli in relazione con quelli di altri professionisti  (avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti). Lo studio è stato condotto facendo ricorso a una simulazione, effettuata partendo dai dati di un campione di farmacie segmentato in cinque cluster: farmacie urbane di grandi dimensioni; farmacie ubicate in centri commerciali, farmacie urbane di medie dimensioni, farmacie rurali e farmacie urbane di periferia.

Per ciascun cluster, è stata calcolata l’incidenza della contribuzione Enpaf sul reddito della farmacia, in tutte le sue componenti: quota fissa a ruolo, trattenuta Ssn 0,90% e contributo aggiuntivo 0,50% (legge di bilancio 2018) per le società in cui i farmacisti sono in minoranza.

Le cifre (che in materia di previdenza non saranno tutto, ma sono imprescindibili) sono chiarissime: il peso contributivo degli altri professionisti è, sia nella media sia nei singoli casi, generalmente più oneroso rispetto a quello richiesto dall’Enpaf ai titolari di farmacia.

“Ovviamente il risultato è frutto di un’indagine campionaria” precisano gli autori dello studio “come tale suscettibile di contenere alcune possibili distorsioni per effetto delle modalità di selezione del campione e delle ipotesi semplificatorie adottate nella costruzione dei cluster e del calcolo delle contribuzioni alle altre casse (elementi che nell’articolo sono peraltro ben dettagliati e quindi verificabili)”. Ma, al netto di ciò, Tarabusi, Trombetta e Capri affermano, in sintesi, di avere “accertato che probabilmente l’Enpaf  non è così oneroso come si sostiene”.

Fermo restando, dunque,   “il sacrosanto obiettivo”  di adeguare il trattamento pensionistico attuale, nelle considerazioni dedicate allo studio di Tarabusi, Trombetta e Capri nel suo editoriale, Benfenati conclude che è evidente la necessità di “uno studio dettagliato che racconti come e quanto i titolari dovranno spendere di più per avere pensioni decenti”.