Nomisma sui generici: settore in salute, ma i costi crescono troppo

Roma, 14 dicembre – In linea con le performance positive del pharma, settore che rappresenta una delle “locomotive” dell’economia nazionale, anche il settore dei farmaci generici presenta nel nostro Paese trend decisamente favorevoli: aumentano i ricavi (+ 56% tra il 2010 e il 2015), crescono gli investimenti, più che raddoppiati (+105%) e viaggia con il vento in poppa l’export, che assorbe in media l’80 per cento dell’intera produzione.

Ma dal terzo Rapporto sul sistema dei farmaci generici realizzato da Nomisma per Assogenerici e presentato ieri a Roma al Ministero dello Sviluppo economico alla presenza di esponenti del mondo politico, istituzionale e dell’intera filiera farmaceutica, è emersa anche qualche criticità, su diversi fronti:  i costi di produzione, in primo luogo, dove incidono molto le materie prime, ma anche i controlli qualità e gli adempimenti sulla sicurezza dei dati e le norme anti contraffazione, tutti elementi che finiscono per riflettersi negativamente  su una marginalità già costretta a fare i conti con l’eccessiva pressione sui prezzi, tra i più bassi d’Europa.

Il rapporto Nomisma si sviluppa attraverso tre livelli di analisi: il primo focus accende i riflettori sul panel Istat delle imprese che compongono il settore farmaceutico italiano (446 imprese per un valore complessivo della produzione pari a 24 miliardi di euro nel 2015, un valore aggiunto per addetto di oltre 150mila euro e oltre 21 miliardi di export, pari all’80,3% della produzione nazionale);  il secondo, converge sulle 165 officine di produzione autorizzate dall’Aifa, vero core produttivo del settore, che nel quinquennio 2010-2015 hanno visto crescere ricavi (+15%), costi di produzione (+13%) e immobilizzazioni (+34%), con una performance decisamente ottimale per le imprese più giovani e una sofferenza crescente per le aziende nate prima degli anni ’60; il terzo accende infine i riflettori sui dati originali emersi da uno screening di oltre un anno sui siti produttivi di un campione di 21 imprese produttrici di generici, testimonial della dinamicità ma anche delle pesanti criticità che attraversano il settore.

Non tutto quel che luccica è oro, insomma: la dinamica di crescita degli indicatori economici, infatti,  non è automaticamente segno di buona salute, come emerge chiaramente dai dati dello studio illustrati dal coordinatore del gruppo di lavoro Nomisma, Federico Fontolan: “Tra il 2010 e il 2015 ricavi e costi di produzione sono aumentati entrambi sensibilmente (+56% e +63% rispettivamente), sono raddoppiati gli investimenti (+105%), ma la marginalità è rimasta al palo” ha spiegato Fontolan. “Di fatto i costi sono aumentati più dei ricavi, in un contesto in cui le imprese non hanno strategie di riduzione dei costi percorribili”.

Dall’analisi emerge infatti che per le aziende genericiste è impossibile fare ricorso ad una delle leve principali utilizzabili a livello manifatturiero, ovvero la riduzione dei costi delle materie prime: “Nel quinquennio in esame” ha aggiunto infatti Fontolan “il costo delle materie prime è aumentato del 92%, arrivando a pesare il 47% di tutti i costi di produzione, e sono di pari passo aumentati in modo rilevante gli investimenti che qualche azienda definisce ‘vincolati’, necessari a mantenere un’elevata competitività e a far fronte alle stringenti norme che regolamento il settore pharma a livello europeo” .

Nel dettaglio si fa riferimento, in particolare, ai controlli qualità su prodotti e processi e agli adeguamenti legati alla data integrity e alla Direttiva europea anticontraffazione.

Sul fronte del controllo qualità sono i dati reali a parlare: dal 2006 al 2015, l’incidenza del personale addetto al controllo qualità nel pool delle genericiste è passato dal 16,5 al 22%. In particolare, nel solo biennio 2015-2016 il campione dei 21 siti produttivi visitati ha realizzato quasi 840mila test (in media 13 per lotto prodotto), oltre 3mila cento convalide di processo produttivo e 808 audit presso i fornitori di principi attivi (appartenenti per il 67% all’Unione europea). Preoccupazioni economiche aggiuntive derivano dall’attuazione delle indicazioni europee sulla raccolta e conservazione dati della filiera aziendale (data integrity) e sull’adozione dell’identificativo univoco comunitario e del sistema di prevenzione di manomissioni: secondo l’analisi di Nomisma, le due operazioni peseranno sui conti delle 21 aziende oggetto di screening per una cifra complessiva superiore ai 43 milioni di euro, pari al 7% dei loro ricavi annuali e al 97% del loro margine operativo lordo. Come dire che se le 21 “protagoniste” volessero adeguarsi in un anno solo si ritroverebbero con le marginalità ridotte a zero.

A fronte dell’impegno richiesto – sottolineano le aziende del campione – la prima criticità continua a essere rappresentata dalle incertezze regolatorie, che ovviamente riguardano l’intera filiera produttiva: la numerosità delle procedure amministrative, la poca tempestività nelle risposte da parte della Pubblica amministrazione  (ad esempio il via libera alla produzione da parte dell’Aifa al termine del percorso autorizzativo alle modifiche alle linee produttive, che nel caso delle 21 aziende dello screening ha determinato attese che vanno dalle due settimane ad un massimo di 6 mesi) e più in generale i cavilli burocratici rimangono fattori debilitanti per le imprese, e lo sono ancora di più per aziende che operano in un settore altamente controllato e regolato come quello farmaceutico.

Difficoltà che impattano su un comparto allargato già alle prese con la pesante crisi di crescita descritta nell’intervento di Lucio Poma, docente di Economia applicata all’Università di Ferrara e membro del gruppo di lavoro che ha realizzato lo studio: “Tra il 2009 e il 2015 – ha spiegato – il valore delle esportazioni farmaceutiche italiane è cresciuto del 75% , ma a fronte di questa crescita l’importazione di materie prime e di alcuni farmaci innovativi, ad altissimo costo, ha comportato un saldo negativo tra import ed export pari a 1,5 miliardi di euro nel 2016. A pesare sul bilancio finale (-3,9 miliardi di euro) sono i saldi con l’Ue, la Svizzera e gli Stati Uniti, ma è aumentata anche la competitività in territori geograficamente più distanti, come l’Asia o l’America centro-meridionale, mentre l’Italia tra il 2011 e il 2015 ha visto diminuire la propria quota produttiva in ambito europeo di circa due punti percentuali”.

La reazione è comunque in atto, anche se il comparto – ha lasciato intendere Poma – ha tardato un po’ ad ingranare le marce alte: “L’industria farmaceutica italiana avrebbe potuto crescere ancora di più di quanto fatto in questi anni, se si fosse agito a livello di policy con maggiore tempestività su alcuni fattori competitivi”  ha spiegato l’economista. “Ora il settore sta attraversando una fase di ristrutturazione epocale: la profonda riorganizzazione dei grandi gruppi farmaceutici avrà effetti sull’intero settore e sul mercato di riferimento e le imprese di produzione dei farmaci generici non devono compiere l’errore commesso nel passato dai grandi gruppi farmaceutici, ovvero adagiarsi nella prospettiva di un mercato in crescita, quale probabilmente sarà quello dei generici nel prossimo quinquennio. È necessario giocare d’anticipo”  ha concluso Poma “e mettere a punto nuove strategie per affrontare il cambiamento”.

Quali sono le prime emergenze nel vissuto delle imprese dei generici emerge con chiarezza dai risultati del questionario che ha accompagnato lo screening: in cima alle preoccupazioni del comparto figurano l’eccessiva pressione sui prezzi, tra i più bassi d’Europa (64,7%) e la competizione dei produttori extra-europei (47,1%). Non a caso, l’ampliamento dei mercati di riferimento è la prima priorità suggerita dallo studio al capitolo delle policy.

Un obiettivo su cui è già da tempo focalizzata l’attività di Assogenerici, come ha confermato il presidente, Enrique Häusermann (nella foto):Ci stiamo battendo perché l’Europa adotti al più presto il SPC manufacturing waiver, la deroga che darebbe la possibilità ai produttori europei di produrre in Europa, anche in vigenza di brevetto, con lo scopo di esportare verso i paesi a diversa scadenza brevettuale” ha detto  Häusermann . “Questa possibilità consoliderebbe il tessuto produttivo europeo consentendo alle industrie dell’Unione europea di competere con le aziende extra-europee nei mercati a diversa protezione brevettuale”.

Parimenti condivisa l’indicazione a latere – contenuta nel rapporto – sulla necessità di essere pronti a cogliere lo sviluppo delle nuove filiere che si stanno aprendo, come quella dei biosimilari: “Siamo consapevoli del fatto che questo settore sarà cruciale per l’industria nei prossimi decenni – ha concluso Häusermann – ed è per questo che abbiamo fortemente voluto la nascita dell’Italian Biosimilar Group (IBG) all’interno di Assogenerici”.

Dallo studio emergono però suggerimenti e piani d’azione ancora in tutto o in parte inesplorati dal decisore politico e delle imprese. Si parla del potenziamento delle misure che regolano il patent box, avvicinando la tassazione complessiva ai livelli dei Paesi più competitivi, della rimozione dei limiti che tolgono appetibilità al credito di imposta per la R&S, di un piano di defiscalizzazione o di incentivi alle imprese medio-piccole per l’acquisto di macchinari, di fondi dedicati per supportare l’innovazione dei processi industriali e l’efficienza produttiva delle imprese.

Mirato alla specifica realtà del comparto genericista, infine,  il suggerimento, rivolto alle aziende, di affrontare la questione dimensionale anche a livello nazionale, anche attraverso un sistema di incentivazione all’aggregazione. “La trasformazione in atto nel settore richiederà una visione d’impresa sempre più globale e strategica” conclude Nomisma. “E l’attuale fase di crescita sostenuta non va vista come un punto d’arrivo ma come premessa a nuove opportunità per le imprese più dinamiche”.