Società farmacie, la Consulta si esprime su incompatibilità dei soci

Roma, 7 febbraio –  “La causa di incompatibilità di cui alla lettera c) del comma 1 dell’art. 8 della legge n. 362 del 1991 non è riferibile ai soci, di società di capitali titolari di farmacie, che si limitino ad acquisirne quote, senza essere ad alcun titolo coinvolti nella gestione della farmacia”. Così si pronuncia la Corte costituzionale, ovvero i giudici delle leggi, su una delle questioni rimaste in sospeso (tra le tante),  oggetto di infinite discussioni e non pochi contenziosi dall’approvazione della legge sulla concorrenza (l. 124/17) in poi, con la sentenza n. 11 del 5 febbraio 2020, intervenendo su una questione che molto ha fatto discutere (e ricorrere in tribunale) dall’approvazione della legge sulla concorrenza (n.124/2017) a oggi.

A segnalare e commentare l’importante pronuncia è stato ieri Gustavo Bacigalupo con un ultim’ora su SedivaNews, definendola  “una novità di enorme rilevanza”.

La Consulta, osserva Bacigalupo, dà il giusto rilievo alla sopravvenuta legge 124/2017,  rilevando che se l’incompatibilità con qualsiasi rapporto di lavoro pubblico e privato era coerente “con il precedente modello organizzativo – che, allo scopo di assicurare che la farmacia fosse comunque gestita e diretta da un farmacista, ne consentiva l’esercizio esclusivamente a società di persone composte da soci farmacisti abilitati, a garanzia dell’assoluta prevalenza dell’elemento professionale su quello imprenditoriale e commerciale”,  smette di esserlo “nel contesto del nuovo quadro normativo di riferimento che emerge dalla citata legge n. 124 del 2017, che segna il definitivo passaggio da una impostazione professionale-tecnica della titolarità e gestione delle farmacie ad una impostazione economico-commerciale”. Affermazione, quest’ultima, che in qualche modo rappresenta anche, piaccia o meno,  un’ulteriore e definitiva “certificazione”, se mai ve ne fosse ancora bisogno,  dell’avvenuta transizione ontologica della farmacia.

Questa innovazione, scrivono ancora i giudici della Consulta (presidente Aldo Carosi, nella foto, redattore Mario R. Morelli), “si riflette appunto nel riconoscimento della possibilità che la titolarità nell’esercizio delle farmacie private sia acquisita, oltre che da persone fisiche, società di persone e società cooperative a responsabilità limitata, anche da società di capitali; e alla quale si raccorda la previsione che la partecipazione alla compagine sociale non sia più ora limitata ai soli farmacisti iscritti all’albo e in possesso dei requisiti di idoneità. Ragion per cui non è neppure più ora indispensabile una siffatta idoneità per la partecipazione al capitale della società, ma è piuttosto richiesta la qualità di farmacista per la sola direzione della farmacia: direzione che può, peraltro, essere rimessa anche ad un soggetto che non sia socio”.

Conseguentemente, chiarisce ancora la Corte, “essendo consentita, nell’attuale nuovo assetto normativo, la titolarità di farmacie (private) in capo anche a società di capitali, di cui possono far parte anche soci non farmacisti, né in alcun modo coinvolti nella gestione della farmacia o della società, è conseguente che a tali soggetti, unicamente titolari di quote del capitale sociale (e non altrimenti vincolati alla gestione diretta da normative speciali), non sia pertanto più riferibile l’incompatibilità «con qualsiasi rapporto di lavoro pubblico privato», di cui alla lettera c) del comma 1 dell’art. 8 della legge n. 362 del 1991”.