Sinasfa su Ccnl: “Piattaforma, la base dovrà condividerla”

Roma, 6 luglio –  Lo stipendio del farmacista? “È inadeguato, soprattutto se confrontato alla media italiana e ad altri lavori e professioni”.  Non solo, il mancato rinnovo contrattuale – che ha già saltato “un’intera tornata e con l’inizio dell’anno prossimo, avrà perso anche il triennio successivo” – peggiora inevitabilmente la situazione e fa scendere sempre in basso la retribuzione del  farmacista  “ già di partenza bassa rispetto ad altri professionisti e lavoratori (…), nonostante le grandi responsabilità della gestione al banco del paziente e del farmaco”. Proprio per questo, il rinnovo del Ccnl non potrà passare attraverso tentativi di giocare al ribasso con l’alibi della crisi del settore e la nuova piattaforma contrattuale dovrà necessariamente essere condivisa dalla base, “dai farmacisti di tutta Italia”.

Una denuncia e un monito secchi, quelli di  Francesco Imperadrice (nella foto), presidente di Sinasfa, il sindacato nazionale farmacisti non titolari, che torna a sollevare in un’intervista a farmacista33 la questione del rinnovo del contratto nazionale dei dipendenti delle farmacie private, dopo cinque anni dalla scadenza del rinnovo economico e i quasi dieci passati dall’ultimo rinnovo della parte normativa e, soprattutto, in assenza di segnali positivi dal fronte delle trattative. Dove l’interlocuzione tra Federfarma e sindacati confederali, almeno finora, ha prodotto soltanto la presa d’atto  che, alla luce di un panorama occupazionale e normativo molto cambiato negli ultimi anni,  è estremamente problematico trovare velocemente soluzioni condivise sui molti punti da dirimere.

Una situazione di stallo, rileva Imperadrice, che finisce per gravare sempre di più sui farmacisti collaboratori, non solo per gli effetti negativi su stipendi già bassi che, con il tempo, subiscono un’inevitabile ulteriore erosione in termini di potere d’acquisto, ma anche per le nefaste conseguenze  in termini previdenziali: il mancato adeguamento delle retribuzioni, infatti, incide in via diretta sul montante contributivo sul quale verrà calcolata la pensione. Le proiezioni del presidente Sinasfa, al riguardo, calcolano  “un ammanco tra i 68mila e i 70mila euro”, tale da mettere a rischio “la sostenibilità della pensione futura”.
“Lo stipendio del farmacista è inadeguato, soprattutto se confrontato alla media italiana e ad altri lavori e professioni
” attacca Imperadrice, rilevando la stridente contraddizione  tra il trattamento retributivo e le “pesanti responsabilità che ci sono nella gestione della salute del paziente, nel counselling, nel trattamento di un bene delicato come il farmaco”, alle quali si va ad aggiungere “il progressivo aumento delle attività in capo al farmacista, legato ai servizi, alla pharmaceutical care, al Cup e quant’altro”. Tutte realtà che, per il presidente Sinasfa, non trovano riscontro nel contratto.

A complicare ulteriormente il quadro già di per sé molto problematico delle condizioni salariali, c’è poi la considerazione che “il farmacista opera in un sistema ad accesso chiuso e che, a differenza di altri settori dove c’è una maggiore variabilità negli stipendi tra un’impresa e l’altra, di fatto è livellato”.
A Imperadrice, ovviamente, non sfugge che, anche solo rispetto a cinque anni fa, “lo scenario in cui la farmacia oggi opera è completamente diverso.  L’organizzazione stessa del lavoro necessita di nuovi riferimenti normativi. Pensiamo solo alla liberalizzazione delle aperture delle farmacie che ha comportato impatti su orari, turni, ferie. Tutto un capitolo che al momento è deregolamentato e che invece necessiterebbe di essere normato, prevedendo paletti e tutele per il dipendente. Perché il concetto che deve passare è che la liberalizzazione delle aperture sia letta come un’opportunità per nuove assunzioni e non diventi in alcun modo impattante per l’organico già presente in farmacia”.
Ma il presidente di Sinasfa adombra anche un altro pericolo, dovuto alla necessità di colmare un gap salariale diventato sempre più rilevante  con il passare degli anni. “Il rischio che intravediamo è che la proposta di piattaforma possa diventare, da un lato, più stringente rispetto all’organizzazione del lavoro, sul fronte per esempio della flessibilità e degli orari” spiega Imperadrice  “e, dall’altro, non sia in grado di mettere sul piatto un aumento che tenga conto del tempo perso e delle responsabilità e mansioni maggiori”.

Da qui quella che sembra (e di fatto è) una “tirata di giacca” alle delegazioni che siedono al tavolo delle trattative: “Qualsiasi ipotesi di contratto dovrà comunque essere approvata dalla base, dai farmacisti di tutta Italia” afferma infatti Imperadrice “che non potranno in alcun modo essere costretti ad accettare una piattaforma che sia peggiorativa”.