Siglata intesa Governo-Regioni, arriva l’ospedale di comunità

Roma, 21 febbraio – Una struttura di ricovero breve per quei pazienti che, a seguito di un episodio di acuzie minori o per la riacutizzazione di patologie croniche, hanno bisogno di interventi sanitari a bassa intensità clinica: così Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni, definisce l’ospedale di comunità, nuova tipologia di presidio di salute che ieri ha visto la luce grazie all’intesa siglata in sede di Conferenza Stato-Regioni, che ha permesso di definire i requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi minimi per l’autorizzazione all’esercizio di queste nuove strutture, pubbliche o privati.

“Svolgerà una funzione intermedia tra la cura domiciliare e il ricovero ospedaliero” ha detto ancora Bonaccini, ricordando che l’ospedale di comunità era un traguardo già fissato nel Patto per la Salute 2014-2016  che ora “viene raggiunto grazie all’intenso lavoro congiunto delle Regioni e del Governo”.
Gli ospedali di comunità, contemplati dal decreto ministeriale n. 70/2015  per rispondere alla necessità di “adeguare l’organizzazione territoriale e ospedaliera, rivedendo l’intera filiera dei suoi servizi secondo il criterio dell’integrazione delle cure primarie con quelle intermedie e con l’assistenza ospedaliera, specie a bassa complessità (…) riorganizzando le cure primarie e l’assistenza territoriale”,  prevedono  un numero limitato di posti letto (15-20), in cui l’assistenza medica è assicurata dai medici di medicina generale o dai pediatri di libera scelta o da altri medici dipendenti o convenzionati con il Ssn; la responsabilità igienico-organizzativa e gestionale fa capo al distretto che assicura anche le necessarie consulenze specialistiche.

Immediato e largamente positiva il commento all’intesa sulla nuova struttura da parte della Fnopi, la federazione professionale degli infermieri, soddisfatti in particolare per “l’affermazione e la realizzazione di un modello davvero multidisciplinare, nel concetto di parità delle professioni, ognuna responsabile nelle sue proprie funzioni, ma tutte orientate al soddisfacimento dei bisogni del cittadino e alla miglior tutela della sua salute”. Un ringraziamento particolare, in questo senso, viene rivolto al ministro della Salute Roberto Speranza, anche per aver “sollecitato l’approvazione del provvedimento dopo uno stallo solo politico che con organizzazione e qualità del servizio non aveva nulla a che fare”.

E dal momento che la responsabilità gestionale-organizzativa complessiva dell’ospedale di comunità sarà assegnata a una figura individuata anche tra le professioni sanitarie dall’articolazione territoriale aziendale di riferimento, con il compito di svolgere anche una funzione di collegamento con i responsabili sanitari, clinici e assistenziali, e la direzione aziendale, la professione infermieristica (in linea, peraltro, con quanto previsto dal già ricordato Dm n. 70/2015) “intendono essere protagonisti”, come afferma la presidente Fnopi Barbara Mangiacavalli.

“È un modello a prevalente gestione infermieristica che se applicato sul territorio anche per altri meccanismi assistenziali, come ad esempio l’infermiere di famiglia e di comunità” spiega Mangiacavalli “non solo rende più immediata la risposta ai bisogni di salute dei pazienti, ma è in grado anche di essere finalmente filtro e meccanismo di continuità tra territorio e ospedale che consentono cure sempre appropriate e accorciano sensibilmente anche le liste di attesa”.

La funzione dell’infermiere case manager, secondo la presidente degli infermieri, nulla toglie alle responsabilità cliniche dei medici e anzi sarà proprio l’infermiere in caso di necessità ad attivare il responsabile clinico della struttura.

“Ora lavoreremo  per una rapida applicazione del provvedimento su tutto il territorio nazionale” conclude Mangiacavalli. “Il progressivo invecchiamento della popolazione,  il progressivo aumento della cronicità, della disabilità e della non autosufficienza, l’aumento della domanda assistenziale, rispetto alla quale lo Stato nulla può, sia per problemi finanziari, sia per problemi organizzativi e gestionali, il progressivo aumento della forbice tra chi cura e chi ha bisogno di cura, lo richiedono. E l’ospedale di comunità e l’infermiere di famiglia/comunità sono le prime soluzioni al problema”.

Questi i criteri fissati dall’intesa siglata ieri:

Sede: può avere una sede propria, essere collocato in strutture sanitarie polifunzionali, presso presidi ospedalieri riconvertiti, presso strutture residenziali oppure essere situato in una struttura ospedaliera, ma è sempre riconducibile all’assistenza territoriale.

Posti letto:  in numero limitato, di norma tra 15 e 20. È possibile prevedere l’estensione fino a due moduli e non oltre.

Accesso:  possono accedere all’ospedale di comunità pazienti con patologia acuta minore che non necessitano di ricovero in ospedale o con patologie croniche riacutizzate che devono completare il processo di stabilizzazione clinica, con una valutazione prognostica di risoluzione a breve termine (15-20 giorni), provenienti dal domicilio o da altre strutture residenziali, dal Pronto soccorso o dimessi da presidi ospedalieri per acuti. I pazienti ospitati necessitano di assistenza infermieristica continuativa e assistenza medica programmata o su specifica necessità. Per l’accesso è necessario che ci sia una diagnosi già definita, una prognosi già definita, la valutazione del carico assistenziale e della stabilità clinica eventualmente attraverso scale standardizzate, un programma di trattamento già stilato e condiviso con il paziente e/o con la famiglia (ad eccezione del Pronto soccorso).

Organizzazione e responsabilità:  la gestione delle attività dell’ospedale di comunità è riconducibile all’organizzazione distrettuale e/o territoriale delle aziende sanitarie. La responsabilità gestionale-organizzativa complessiva è in capo a una figura individuata anche tra le professioni sanitarie dall’articolazione territoriale aziendale di riferimento e svolge anche una funzione di collegamento con i responsabili sanitari, clinici e assistenziali, e la direzione aziendale. La responsabilità clinica dei pazienti è attribuita a un medico di medicina generale (pediatra di libera scelta se l’ospedale è pediatrico) oppure a un medico operante nella struttura scelto tra i medici dipendenti o convenzionati con il Ssn o appositamente incaricato dalla direzione della struttura (per le strutture private, un medico incaricato dalla struttura). La responsabilità assistenziale è in capo all’infermiere secondo le proprie competenze. L’assistenza/sorveglianza sanitaria infermieristica è garantita nelle 24 ore.

Aspetti strutturali:  l’identificazione della struttura da utilizzare deve seguire il criterio dell’economicità e razionalità e la progettazione degli spazi è orientata principalmente a garantire il benessere fisico e psicologico del paziente. Tra gli aspetti strutturali necessari: spazio attesa visitatori; strutture di degenza con camere singole e camere da 2 a 4 posti letto con accesso diretto al bagno e poltrona comfort per il familiare e/o per la mobilizzazione del paziente; aree soggiorno/consumo pasti; locale per visite e medicazioni; locali di lavoro per personale; spogliatoio per il personale con servizio igienico; locale/spazio di deposito materiale pulito; locale/spazio di materiale sporco; locale sosta e osservazione salme, in assenza di servizio mortuario.

Tecnologie richieste: tra i requisiti tecnologici richiesti ci sono: impianto di climatizzazione tale da garantire che la temperatura estiva e invernale sia compatibile con il benessere termico dei ricoverati; impianto di erogazione ossigeno stabile o mobile; impianto di comunicazione e chiamata con segnalazione acustica e luminosa al letto; dotazioni tecnologiche idonee a garantire assistenza ordinaria e in emergenza, compresi dispositivi diagnostici; presidi antidecubito; attrezzature per mobilizzazione/mobilità compresi gli ausili tecnici per la mobilità (corrimano, deambulatori) e trasporto dei pazienti.

Requisiti organizzativi e standard clinico-assistenziali: l’ospedale di comunità, pur avendo un’autonomia funzionale, opera in forte integrazione con gli altri servizi sanitari, come quelli di assistenza specialistica ambulatoriale e compresi i Servizi di emergenza urgenza territoriali. La collaborazione tra ambito sanitario e sociale e la comunità locale rappresenta un elemento qualificante dell’ospedale di comunità a garanzia di una risposta a un ampio insieme di bisogni e di tempestiva programmazione delle dimissioni. Inoltre, la collaborazione con le associazioni di volontariato potrà offrire un utile contributo anche nella rilevazione della qualità percepita dei pazienti e dei familiari/caregiver.