Senato, ritirato l’emendamento che prevedeva i vaccini in farmacia

Roma, 14 luglio – “Zibidì, zibidè, il vaccino in farmacia prima c’era e ora non c’è”: ha quasi assunto i contorni del giochino di prestidigitazione la vicenda dell’emendamento che introduceva la possibilità per il medico di somministrare i vaccini obbligatori anche in farmacia, presentato dai senatori Luigi D’Ambrosio Lettieri, Andrea Mandelli e Maria Rizzotti.

Nonostante gli endorsement importanti (su tutti, quelli della ministra della Salute Beatrice Lorenzin e della presidente della Commissione Igiene e sanità del Senato Maria Emilia De Biasi), la proposta è andata a sbattere contro il no della Commissione Bilancio, cadendo sulla trincea della mancanza di copertura finanziaria: “Provocherebbe un costo per le Asl che dovrebbero provvedere a mandare medici e infermieri nelle farmacie. Le farmacie non possono offrire il servizio gratis” ha spiegato il presidente della Commissione Giorgio Tonini, cassando l’emendamento.

Che però, grazie a un accordo tra Pd e Forza Italia, è “ricicciato” in Aula, sia pure in forma riveduta e corretta dalla riformulazione della relatrice del disegno di legge di conversione del decreto vaccini, la deputata dem piemontese Patrizia Manassero, attenta ad esplicitare che la somministrazione dei vaccini obbligatori “da parte dei medici (…) in farmacie aperte al pubblico, in spazi idonei sotto il profilo igienico sanitario” non deve comportare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

In questi termini, l’emendamento sembrava destinato a far parte delle proposte correttive ammesse al voto dell’Aula, con ottime speranze di essere approvato. Ma sembra che la Commissione Bilancio, istituzionalmente preposta a fare le pulci sulla congruità economica dei provvedimenti, abbia avuto ancora una volta da eccepire: anche nella riformulazione Manassero, la misura presenterebbe profili che non escludono del tutto ulteriori oneri per la sanità pubblica. Da qui la decisione di Manassero di ritirarlo.

Fine della storia? Sembrerebbe di sì, almeno a questo giro. Ma a dimostrazione del favore con il quale il Senato guardava alla misura – nonostante l’opposizione degli ordini dei medici, contrari fin da subito a una norma che a loro giudizio si tradurrebbe in una pericolosa contiguità tra medici e farmacisti, proibita dalle leggi per il rischio di conflitti d’interesse –  l’Aula di Palazzo Madama ha subito approvato un ordine del giorno sul tema, primo firmatario lo stesso autore dell’emendamento originario, il vicepresidente Fofi D’Ambrosio Lettieri. L’atto di indirizzo chiede l’impegno del Governo ad adottare misure volte ad agevolare “l’accesso alla terapia vaccinale, consentendo che la somministrazione possa essere effettuata da medici ed infermieri, anche presso le farmacie pubbliche e private del territorio nazionale”.

Ma – per rilevante che possa essere – un ordine del giorno non può certo superare il suo carattere accessorio e raramente sfocia in effetti concreti. La prospettiva di coinvolgere anche le farmacie nella partita delle vaccinazioni obbligatorie, dunque, finisce qui: “Zibidì zibidè, il vaccino in farmacia non c’è”. Almeno per ora.