Sanità, sempre più alto il rischio di infiltrazione delle mafie

Roma, 22 febbraio – È uno dei settori più importanti della pubblica amministrazione, muove risorse pubbliche e private molto ingenti, coinvolge una vasta platea di professionisti e operatori della salute e un numero importante di aziende grandi e piccole che producono farmaci e presidi di varia natura.

Sono proprio queste caratteristiche a rendere la sanità particolarmente attrattiva anche per la criminalità mafiosa, come conferma – illustrando ampiamente i rischi di condizionamento al sistema della salute –   la Relazione conclusiva della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, presentata ieri dalla presidente Rosy Bindi al termine della XVII Legislatura.

Un condizionamento, riferisce un lancio di Askanews,  che ormai non riguarda più solamente le regioni meridionali, dove finora si sono registrati i sette casi di infiltrazione mafiosa di aziende sanitarie e ospedaliere, verificatisi in Calabria e Campania.

Anche il tessuto sanitario lombardo è risultato infatti fortemente permeabile agli interessi della ‘ndrangheta. Le cosche sono riuscite a inserirsi all’interno di diversi segmenti del sistema sanitario: dagli appalti di fornitura alla direzione di importanti Asl, fino all’ingresso nella distribuzione dei farmaci con l’acquisto e la gestione di farmacie, già denunciato fin dal 2016 dal procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini.

L’aggressione mafiosa al sistema di welfare è dettata da molteplici interessi che vanno dalla possibilità di riciclare e reinvestire capitali illeciti all’inserimento di persone affidabili tra il personale di ospedali e Asl, luoghi ideali anche per svolgere incontri riservati, fino al ricorso a medici e professionisti compiacenti per ottenere perizie o certificatisanitari falsi. Ma il mondo sanitario è soprattutto una fonte di legittimazione sociale e di potere, un bacino ideale per consolidare il consenso.

L’illegalità mafiosa è un fattore che mina la sostenibilità del sistema, ha un costo elevato sui livelli di tutela e intacca profondamente l’idea stessa del diritto alla salute. Le mafie – sottolinea la Relazione  – non hanno alcun interesse al buon funzionamento del sistema, al contrario prosperano laddove si manifestano inefficienza e opacità delle procedure, dove prevale il disordine amministrativo e l’assenza di controlli, dove l’autonomia dei livelli politici e gestionali si traduce in discrezionalità, dove il merito lascia il posto al clientelismo.

Il sistema sanitario non sempre ha saputo mettere in atto azioni di prevenzione e gestione dei rischi, e la commissione indica i punti di debolezza e i varchi che facilitano l’ingresso agli interessi criminali: l’impoverimento delle professionalità negli apparati amministrativi; la crescente privatizzazione di servizi e l’esternalizzazione del personale; la frammentazione dei modelli organizzativi, frutto di un regionalismo non governato, che ha prodotto un’eccessiva varietà nelle legislazioni regionali.

La relazione avanza alcune proposte per rafforzare i principi di legalità: verifiche più stringenti del rispetto della normative antimafia negli appalti e subappalti; maggiore trasparenza e controllo nei contratti di acquisto per beni e servizi; possibilità di revocare l’accreditamento nei casi di strutture coinvolte in vicende di malaffare.