Ricerca Ceis sui cronici: assistenza da migliorare per 7 pazienti su 10

Roma, 11 dicembre  – Cronicità e sua presa in carico: è uno dei “mantra” del dibattito sanitario di questi ultimi tempi, argomento che polarizza l’attenzione e l’interesse di tutti gli operatori e che sembra essere particolarmente sentito dai rappresentanti delle figure professionali (medici, in particolare gli Mmg, farmacisti e infermieri) che sulla gestione della cronicità reclamano uno spazio adeguato.

Ma cronicità significa, in primo luogo ed essenzialemnte, pazienti cronici. Ovvero coloro che con la patologia che li accompagnerà per il resto della vita devono fare  i conti: chi ne conosce davvero le condizioni? chi si preoccupa di conoscere i loro bisogni e quelli dei familiari che li assistono? chi ne intercetta le esigenze? quali conseguenze possono derivare da un un ritardo della diagnosi e, in misura maggiore, da un ritardo nell’accesso alle cure?
A queste domande ha cercato di rispondere l’indagine conoscitiva “I bisogni dei pazienti cronici”, condotta dal Ceis-Eehta (Economic Evaluation and Hta) della Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata in collaborazione con Aism, Aigd e altre associazioni di pazienti, che è stata presentata ieri a Roma nel corso di una conferenza stampa.
Dalla ricerca, condotta su 1.130 partecipanti in nove regioni (Lazio, Lombardia, Campania, Liguria, Emilia Romagna, Umbria, Puglia, Basilicata e Sicilia), sono emersi risultati che lo stesso coordinatore dello studio, Francesco Saverio Mennini (nella foto) ritiene contrastanti: se da una parte, infatti, cresce la fiducia e la considerazione nella classe medica e negli operatori socio sanitari, dall’altra c’è preoccupazione per i ritardi nella diagnosi (per sette pazienti su 10 il sistema va migliorato) e nella presa in carico.

“Le diagnosi tardive compromettono la qualità di vita del paziente e fanno lievitare i costi sociali ed economici della patologia” ha spiegato Mennini, citando per tutti l’esempio delle ricadute sulla partecipazione al mondo del lavoro, che passa “dall’80% nelle fasi iniziali di una malattia come la sclerosi multipla fino a meno del 10% negli stadi più avanzati di disabilità”.
Spigolando tra i dati, il 65% degli intervistati  ritiene che la propria patologia sia conosciuta e considerata da parte degli operatori sanitari con cui ci si  confronta. Più del 60% degli intervistati reputa congruo e valuta positivamente il tempo che lo specialista di riferimento gli dedica durante le visite, e ancora una percentuale di intervistati intorno al 60% ritiene di essere stato informato correttamente rispetto alla sua patologia, ai trattamenti e al decorso.
Per contro, emerge  il problema dell’accesso e della presa in carico precoce, accompagnate da una considerazione negativa in merito alla programmazione degli esami. Il 70% del campione giudica negativamente i tempi di diagnosi e  presa in carico da parte del Servizio sanitario, come il coinvolgimento del paziente per quanto attiene la programmazione degli esami (oltre il 60% degli intervistat si esprime negativamente al riguardo).
Si tratta di risultati che, ad avviso di Mennini,  sottolineano la necessità di introdurre meccanismi organizzativi e gestionali volti a migliorare la tempestività nella diagnosi, incentivando ad esempio  i programmi di screening e rafforzando la collaborazione tra Mmg e specialista,  accompagnati da una serio sviluppo di programmi per incentivare l’accesso precoce alle cure e ai trattamenti efficaci. Qualche esempio: applicazione dell’Health technology assessment, condivisione di Pdta a livello nazionale, integrazione ospedale-territorio.
Diagnosi precoce e accesso precoce sono garanzia sia di miglioramento dello stato di salute dei pazienti sia di una riduzione dei costi diretti a carico del sistema sanitario e di quelli indiretti che ricadono sul sistema di welfare nel suo complesso. Un paradigma  piuttosto eolquente è rappresentato dal paziente diabetico senza comorbilità, che costa circa 350 euro all’anno, contro le svariate migliaia di uno con diabete e quattro comorbilità. Se si considera che circa l’80% dei costi è dovuto alle ospedalizzazioni è del tutto evidente come l’accesso precoce ai trattamenti efficaci e il monitoraggio più frequente  dei pazienti sia una strada obbligata per ridurre sensibilmente le ospedalizzazioni e quindi i costi.
Un altro esempio paradigmatico è la sclerosi multipla:  i pazienti con un grado di disabilità lieve hanno una qualità della vita modestamente ridotta o simile rispetto alla popolazione in buono stato di salute, mentre per i pazienti con livelli di disabilità molto elevata la qualità della vita può essere addirittura negativa, a indicare uno stato di salute peggiore della morte.