Riforma remunerazione, Tarabusi e Trombetta: ‘Solido e vantaggioso il modello Federfarma’

Roma, 28 ottobre – Nella maggioranza dei casi, il modello di nuova remunerazione elaborato da Federfarma è vantaggioso e comunque non penalizzante. Questo il “verdetto” emesso  da Marcello Tarabusi e Gianni Trombetta (nella foto), apprezzati commercialisti dello Studio Guandalini di Bologna ben noti alla cronache di categoria, a seguito di un’analisi sostenuta da considerazioni macroeconomiche condotta sulla proposta di nuova retribuzione della farmacia predisposta da Federfarma e Assofarm.

RIFday è in grado di anticipare i principali contenuti del lavoro di Tarabusi e Trombetta, svolto per conto di iFarma,  in corso di pubblicazione sul numero di novembre della rivista (in uscita domani), per gentile concessione della testata edita da Ismaele Passoni e diretta da Laura Benfenati.

La valutazione  dei due commercialisti interviene nell’intenso dibattito sulla nuova remunerazione, oggetto di valutazioni controverse, delle quali RIFday ha già più volte dato conto nelle scorse settimane, ed è ragionevole ritenere che rappresenterà un ulteriore e importante elemento di discussione, anche alla luce della “dimestichezza” con il tema dei due esperti, che già nell’autunno del 2012 ebbero modo di occuparsi a fondo della questione, partecipando ai lavori che portarono all’accordo stretto da Aifa e sigle della filiera su un nuovo modello di retribuzione della farmacia, accordo poi saltato – come si ricorderà – per  il mancato via libera dei ministeri dell’Economia e della Salute.

Dopo una veloce ricognizione dello scenario, che conferma il ben noto rischio – in assenza di correttivi – di un ulteriore deterioramento del rapporto economico tra Ssn e farmacie, seriamente minacciato dall’innovazione farmaceutica che oggi transita solo dagli ospedali e lascia alle farmacie, in prospettiva, solo la dispensazione di generici e genericabili in fasce di prezzo molto basse, Tarabusi e Trombetta riassumono la proposta Federfarma: un mix tra quota fissa (distinta per tre scaglioni di prezzo) e quota marginale del 7%, a cui si aggiungono  la premialità (+0,10 euro) per i farmaci non soggetti a sconto sconto Ssn (ovvero generici e originator con prezzo pari a quello di riferimento) e, quando dovute, le quote aggiuntive applicabili alle farmacie agevolate (che oggi usufruiscono di sconto ridotto). Il tutto, ricordano i due esperti, con l’indicizzazione automatica delle quote fisse e la previsione di una periodica verifica del modello per valutarne tenuta ed efficacia alla luce delle modifiche (legislative, regolatorie, produttive e commericali) cui il settore è esposto.

Tarabusi e Trombetta evidenziano in primo luogo la sostanziale inaffidabilità delle simulazioni “fai da te”  (“galeniche”, le definiscono i due esperti con la consueta ironia) che impazzano ormai da giorni, applicate induttivamente alle Dcr di una singola farmacia o di un campione limitato di esercizi. Davvero troppe, secondo i due esperti,  le variabili da considerare (fasce di prezzo del singolo prodotto, mix quota fissa/margine percentuale, quote premiali, classe di sconto Ssn applicabile) per generalizzare risultati che, su ogni singola distinta, dipendono in modo determinante dal mix di prodotti dispensati nel mese (“Per avere un dato esatto – scrivono i due – bisognerebbe rielaborare tutte le distinte di tutte le farmacie”).

Quindi i due procedono a sviluppare la loro analisi, fondata esclusivamente sul raffronto tra il nuovo sistema e i margini prefissati di legge (30,35 per cento sul farmaco, 8 per cento addizionale sul generico da ripartire tra farmacia e grossista). “I calcoli di convenienza vanno fatti necessariamente con questi parametri, perché eventuali migliori condizioni di mercato resteranno affidate, come lo sono oggi, al libero mercato della filiera” scrivono Tarabusi e Trobetta. “Impiegare in un calcolo esemplificativo i margini ‘reali’ risulterebbe perciò del tutto fuorviante: un ricalcolo affidabile può essere elaborato solo riliquidando ogni singola distinta con la simulazione del gestionale e allineando per entrambe le simulazioni (vecchia e nuova remunerazione) la scontistica ai margini di legge; diversamente si otterrebbero delle distorsioni”.

Chiarito il bias delle valutazioni “casarecce” della nuova remunerazione proposta da Federfarma e Assofarm, i due commercialisti illustrano i criteri della loro analisi, che si è preoccupata di considerare (sia pure semplificando) anche le modifiche dei margini per effetto del mix quota fissa/quota variabile ed eventuali perturbazioni di mercato. Tarabusi e Trombetta simulano l’impatto del nuovo schema retributivo su quattro distinti scenari alternativi, a seconda del “peso” dei singoli scaglioni di prezzo dei farmaci nelle Dcr.  Al riguardo, rimandiamo direttamente al lavoro dei due commercialisti e, in particolare, a una tabella (la n. 5) che riassume  i risultati che scaturiscono dalle simulazioni, che  evidenziano come il modello Federfarma-Assofarm sia solido: “A fronte di significative oscillazioni nella composizione del mix dei vari scaglioni” scrivono i due esperti “le variazioni dei margini complessivi del sistema si contengono in oscillazioni inferiori al 2 per cento”.
Tarabusi e Trombetta, però, non hanno mancato di fare ciò che in questo periodo fanno molti titolari di farmacia, se non proprio tutti: hanno simulato l’applicazione della nuova remunerazione alla liquidazione della distinta di un mese di tre diverse farmacie (tutte emiliane). I risultati ottenuti (sintetizzati nella tabella n. 6 dello studio pubblicato da iFarma) dimostrano che il nuovo modello assicura margini più elevati a parità di composizione della distinta.
“Nelle Regioni con media ricetta molto bassa è intuitivo che ciò possa verificarsi, ma le analisi macroeconomiche qui esposte e altre simulazioni elaborate in questi giorni dimostrano che nella maggioranza dei casi il modello è vantaggioso o comunque non penalizzante” scrivono Tarabusi e Trombetta, che promuovono dunque senza indugi la proposta avanzata da Federfarma e Assofarm.

Ma il giudizio positivo non è esente da un paio di importanti se e ma: il primo è che il modello elaborato dalle sigle delle farmacie private e pubbliche – per quanto “costruito in modo decisamente corretto” –  è tuttavia privo di un pezzo, non essendo stato redatto (a differenza di quanto avvenne nel 2012) in accordo con le sigle della distribuzione intermedia, che formuleranno una propria proposta autonoma, non integrata nel modello. Proposta che dovrebbe contemplare – spiegano Tarabusi e Trombetta  – il semplice mantenimento del margine attuale del 3 per cento, integrata da una quota fissa aggiuntiva di 0,25 € a pezzo, che dovrebbe essere recuperato a carico dell’industria, per non gravare sulla farmacia. Una previsione per la quale Tarabusi e Trombetta affermano di fare sinceramente  il tifo, anche se il pessimismo della ragione fa loro temere che “si tratti di un vaste programme”. Vulgo, una fattispecie più appartenente  alla sfera delle illusioni che non a quella della realtà.
I due commercialisti, infine, evidenziano come il contenuto economico della nuova proposta sia “solo uno degli aspetti da tenere presente nella redazione del testo definitivo dell’accordo prima e dell’articolato normativo poi”. C’è infatti un altro aspetto da tenere in estrema considerazione, ed è “la modalità tecnica di configurazione del corrispettivo attribuito alla farmacia”.

La proposta formulata da Federfarma e Assofarm ha infatti cura di precisare che “il nuovo modello di remunerazione che si propone lascia inalterato l’attuale meccanismo di determinazione del prezzo al pubblico, riguarda esclusivamente le forniture effettuate al Ssn e non incide sul margine della distribuzione intermedia e sul prezzo ex-factory”. Ma si tratta di una precisazione che, a giudizio di Tarabusi e Trombetta, rischia di non bastare: “Bisognerà specificare molto bene che si tratta, comunque, di una diversa modalità di formazione di un ‘prezzo di cessione’ del medicinale al Ssn” spiegano i due. “Solo così,  infatti, si potrà considerare unitariamente il prezzo di rimborso finale costituito da prezzo ex factory + margine grossista + margine della farmacia con nuovo metodo; e solo in tal modo si potrà avere la certezza che l’intero importo percepito dalla farmacia possa essere assoggettato a Iva con l’aliquota 10 per cento propria delle cessioni di medicinali”.
Il pericolo da evitare, mettono in guardia i due commercialisti,  è  che le “spinte propulsive verso la scomposizione del margine in quota variabile e quota fissa” finiscano per spingere quest’ultima nel novero della disciplina della fee for service (con immancabile rischio Iva 22 per cento o superiore) o dell’onorario professionale, “che in tesi si vorrebbe da taluni addirittura esente da Iva quale prestazione sanitaria”.
“È bene infatti ricordarsi” ammoniscono Tarabusi e Trombetta “che l’eventuale differenziale di aliquota Iva sarebbe un costo puro per la parte pubblica, che non accetterebbe di mantenerlo a proprio carico e lo eroderebbe dai margini, vanificando gli sforzi fatti”. Invocare il principio di accessorietà ex art. 12  del Dpr 633/72 per  applicare la medesima Iva della prestazione principale rischierebbe infatti di non approdare a nulla, stanti le  complicazioni nella gestione di una componente separata di corrispettivo avente natura differenziata, “numerose e di non poco momento (anche sul piano delle responsabilità e della disciplina contrattuale applicabile)”. L’applicazione di una componente esente, dal canto suo, oltre a essere problematica (“difficile qui ipotizzare una prestazione ‘resa alla persona’ come richiede la disciplina comunitaria”, chiariscono i due esperti) creerebbe “qualche non lieve problema sulla detrazione dell’Iva a monte”.

Insomma, questo il warning dei due esperti, sarà necessario  fare uso di grande saggezza nel contenere le pur legittime rivendicazioni ‘professionali’ che a gran voce richiedono di enfatizzare l’onorario”.

Considerazioni importanti e certamente utili, se si vuole che il modello di nuova retribuzione (sempre che venga approvato e adottato) non si esponga al rischio di pregiudicare in apicibus i risultati “solidi e vantaggiosi” che potrebbero derivarne e che l’analisi di Trombetta e Tarabusi hanno messo in evidenza.