Censis: “Nell’anno di Covid, Italia ruota quadrata che non gira”

Roma, 7 dicembre – Una Paese dove a dominare sono i sentimenti di ansia e paura, dove cresce il divario tra i ricchi e i poveri e dove la speranza e la proiezione verso il futuro sono sentimenti sempre più precari, come dimostra il drammatico calo delle nascite (il 26,1% per cento in meno rispetto a dieci anni fa, e con la prospettiva di scendere addirittura sotto quota 400 mila nuovi nati in questo 2020).

È un ritratto a tinte fosche, quello che scaturisce dall’ultimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, il 54° della serie, presentato qualche giorno fa a Roma dal direttore dell’istituto di ricerca Massimiliano Valerii (nella foto),  il ritratto di un Paese dipinto come “una ruota quadrata che non gira e avanza a fatica” e sul quale l’epidemia di Covid si è abbattuta in maniera tanto improvvisa quanto violenta, sconvolgendo “lo status quo a cui gli italiani erano ormai abituati: la temuta caduta c’è stata, il salto verso il basso è iniziato e non si sa quanto durerà”.

Proprio Covid è stato inevitabilmente uno dei temi più indagati dal Rapporto, anche in relazione a profili attualissimi, come quello relativo alla restrizioni del Governo per le imminenti festività natalizie.  Nonostante il nostro sia notoriamente un popolo caratterizzato da una vena anarcoide, attentissimo ai diritti –  specialmente quelli acquisiti – ma con qualche problema nel rispetto dei doveri, a partire da quello di mantenere comportamenti che non danneggino gli altri e la collettività, il Censis rileva che  ben il 57,8% degli italiani afferma di “essere disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa“. E  – dato ancora più eclatante – ben il 79,8% degli italiani è favorevole ad aumentare o almeno a non allentare le restrizioni in vista delle feste di Natale.

“Uno degli effetti provocati dall’epidemia è di aver coperto sotto la coltre della paura e dietro le reazioni suscitate dallo stato d’allarme le nostre annose vulnerabilità e i nostri difetti strutturali, del tutto evidenti oggi nelle debolezze del sistema – l’epidemia ha squarciato il velo: il re è nudo! – e pronti a ripresentarsi il giorno dopo la fine dell’emergenza più gravi di prima” si legge ancora nel Rapporto, che sottolinea come durante l’emergenza siano stati trascurati i malati “ordinari”.

Quella del 2020, l’anno di Covid e della “paura nera”, è un’Italia spaventata, dolente, indecisa tra risentimento e speranza. “Il 73,4% degli italiani indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente in famiglia” scrive il Censis. “In questi mesi, il 77% ha visto modificarsi in modo permanente almeno una dimensione fondamentale della propria vita: lo stato di salute o il lavoro, le relazioni o il tempo libero”.

Il Censis rileva anche il progressivo allargamento della forbice tra poveri e ricchi: a fronte del 22% di cittadini che vive in famiglie che percepiscono un sussidio di emergenza, ci sono gli happy fews (il  3% gli adulti) che vantano un patrimonio che supera il milione. Di questi, 40 sono miliardari e sono aumentati sia in termini numerici che patrimoniali durante la prima ondata dell’epidemia.

Permane, e anzi sembra crescere, la sfiducia nella capacità di politica e istituzioni di affrontare il  quadro emergenziale: pur riconoscendo che gli aiuti dello Stato ci sono stati, tre quarti degli italiani ( 75,4%)  li valuta “come insufficienti o giunti in ritardo, per esperienza diretta o indiretta, attraverso familiari e amici”, rafforzare le proprie autodifese attraverso i risparmi è la strategia migliore per applicare una resistenza attiva all’emergenza economica e sociale”. In questa drammatica condizione, annota il Censis riferendosi proprio all’atteggiamento della politica,  il nostro “Paese non può restare intrappolato in parole tanto rassicuranti quanto povere di significato, utili a enfatizzare un impegno generico di programmazione, ma difficilmente capaci di riconnettere la società in un partecipe desiderio di ricostruzione: la resilienza, la mobilità sostenibile, la digitalizzazione dell’azione amministrativa, la rete unica ultraveloce, l’economia verde, l’investimento sui giovani. Tutti avvertono, invece, che per rimettere in cammino l’economia e risaldare la società occorrono interventi concreti e in profondità, che il puro gioco di controllo e mediazione delle variabili sociali è fuori dal tempo”.

In questa prospettiva, secondo il Censis, la via obbligata da seguire è quella di una selezione degli ambiti d’intervento. Prima di tutto sul sistema delle entrate: un nuovo schema fiscale. “La riduzione, generalizzata e indistinta, delle tasse e dei prelievi fiscali non appare un obiettivo coerente, non almeno nel breve periodo, con la dimensione del debito pubblico e con gli impegni a sostegno del reddito e della crescita assunti dal Governo” scrive il Censis. ” Altrettanto evidente è che non sono più tollerabili le distorsioni che pongono a carico degli onesti l’illegalità degli evasori”.

Il secondo intervento deve riguardare il sistema delle uscite, con un ripensamento della qualità degli investimenti. “Uscendo dall’indistinto aiuto a tutti, dall’impegno al ristoro come sussidio generalizzVisualizza immagine di origineato, riconducendo in una percorribile politica industriale la pletora di microinterventi già decisi o in via di approvazione” è l’indicazione dell’istituto di ricerca fondato e presieduto da Giuseppe De Rita (nella foto a lato).

In terzo luogo, per l’istituto di ricerca si rende necessario ripensamento strutturale dei sistemi e sottosistemi territoriali, con un dibattito sul Mezzogiorno che precipitosamente affonda e una nuova questione settentrionale che si impone.

La classe politica, secondo il Censis, ha scelto di non vedere il pericolo di regressione che, superata la fase più acuta dell’emergenza, la concessione a pioggia di bonus andava accrescendo. “Ha offerto, a richiesta, la promessa di aiuti indistinti, il caricamento di crediti d’imposta senza limiti, la gestione concentrata nel vertice delle decisioni, la rimozione dei raccordi tra il contenimento di congiunturali picchi di sofferenza e il perseguimento di precisi obiettivi di medio periodo”, dichiara.

Nelle conclusioni c’è però spazio per un cauto ottimismo, almeno sulle capacità di ripresa dell’Italia. “Nel timore e con cautela, il nostro Paese aspetta e sa in filigrana di avere risorse, competenze, intuizione ed esperienza per ripensare e ricostruire a freddo i sistemi portanti dello sviluppo, che dal suo geniale fervore traspira rapido il nuovo. Attende di sentire di nuovo” conclude il  Rapporto“quando dopo le lacrime altro non si avrà da offrire che fatica e sudore, il richiamo a rimettere mano al campo, senza volgersi indietro, guardando e gestendo il solco, arando diritti”.