Emendamento Di Marzio su paletti al capitale, no della XII Commissione

Roma, 28 novembre – Va a sbattere contro le forche caudine dell’inamissibilità anche l’emendamento alla Legge di bilancio a firma del senatore pentastellato Luigi Di Marzio (nella foto), rubricato con il n. 55.0.118,  riferito alle società di capitale proprietarie di farmacia e finalizzato a modificare le norme della legge 124/2017, introducendo la condizione che il 51% delle quote sia in capo a farmacisti iscritti all’Albo professionale.

La proposta correttiva, come segnalato ieri dal nostro giornale, rientrava nel ristretto numero degli emendamenti “segnalati” dal M5S perchè ritenuti di particolare importanza. Tra le sue previsioni, l’obbligo per le società proprietarie già costituite di adeguarsi all’obbligo della maggioranza delle quote in mani professionali entro 36 mesi, pena lo scioglimento della società stessa. In caso di mancato adeguamento, il 55.0.118 prevedeva  una sanzioni economiche (50 mila euro) i cui proventi sarebberi confluiti in un fondo a tutela delle piccole farmacie istituito presso il Ministero della Salute. Altra importante misura contenuta nell’emendamento era il dimezzamento (dal 20 al 10%) della quota di farmacie che le società di capitali possono detenere nel territorio di una stessa Regione o Provincia autonoma, disposizione valida anche “nei confronti delle società di capitali e delle società cooperative a responsabilità limitata, costituite anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge”.

La bocciatura dell’emendamento di Marzio è l’ultima di una lunga sequela: i tentativi di introdurre modifiche alle misure sulle farmacie introdotte dalla legge 124/17 condotti negli ultimi due anni sono stati molti e insistiti: proposte correttive analoghe, come si ricorderà, erano state presentate al disegno dl legge di bilancio dell’anno scorso (con il subemendamento del deputato grillino Giorgio Trizzino) e, a seguire al Decreto semplificazioni (con due emendamenti di maggioranza, firmati dal grillino Stanislao Di Piazza e dalla leghista Silvia Fregolent e uno di minoranza di Vasco Errani di Leu), al Decreto Calabria e al  Decreto Crescita, con emendamenti ancora una volta a prima firma del tenacissimo Trizzino.

Tentativi erano stati condotti anche in occasione del Decreto fiscale e, a testimoniare una certa sensibilità del Parlamento all’argomento, la Camera aveva approvato giusto un mese fa due mozioni (una a prima firma di Giorgia Meloni di FdI e l’altra a prima firma di Andrea Mandelli di Forza Italia) che impegnavano il Governo a rivedere la legge sulla concorrenza.

Le correzioni alla 124/17 in materia di farmacie, insomma, sono un po’ come la sora Camilla del detto popolare: tutti le vogliono, ma nessuno se le piglia. E sorprende che, al dunque, i tentativi di correggere la legge sulla concorrenza siano quasi sempre caduti (quale che fosse la natura e l’argomento dei provvedimenti utilizzati come veicolo) sotto la mannaia dell’inammissibilità per estraneità alla materia.  Una motivazione che, a questo punto, meriterebbe approfondimenti e spiegazioni, perchè – a meno di ritenere che le norme della legge 124 che aprono la proprietà delle farmacie alle società di capitale siano state scritte su tavole di pietra e consegnate su qualche sacro monte dal Legislatore Sommo – non si capisce davvero (fatto salvo qualche caso, come il Decreto Calabria) dove mai risieda l’asserita “estraneità”.

Il sospetto è che – quale che sia la composizione dei governi succedutisi dal 2017 a oggi – la “sensibilità” alle istanze avanzate per correggere la legge sulla concorrenza nel capitolo dedicato alle farmacie è evidentemente inferiore alla “sensibilità” per le istanze e gli interessi di chi quelle norme vuole che restino esattamente come sono.

La speranza di cambiare qualcosa, al momento, è affidata a una proposta di legge che il deputato Trizzino (e chi, se no?) ha presentato per la  Modifica all’articolo 7 della legge 8 novembre 1991, n. 362, in materia di titolarità e gestione delle farmacie private da parte di società. L’iniziativa, annunciata a Montecitorio nella seduta del 28 marzo scorso e rubricata con il numero C 1715, è stata assegnata nello scorso mese di luglio alla Commissione Affari sociali alla Camera, ma risulta ancora ferma al palo. L’esame del  provvedimento, infatti, non è stato ancora avviato, e nessun segnale lascia sperare che possa essere avviato a breve.