Ocse: Invecchiamento, cresce la diseguaglianza, pagano i giovani

Roma, 19 ottobre – Nel 2050, a causa di un‘accelerata nel processo di invecchiamento della popolazione, l‘Italia sarà il terzo paese più anziano dell‘Ocse, dietro il Giappone e la Spagna. Nel nostro Paese per ogni cento persone di età compresa tra i 20 e i 64 anni ce ne saranno 74 con oltre 65 anni.

Il dato scaturisce dal rapporto Preventing ageing unequally stilato dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, insieme a molti altri che descrivono un quadro demografico e sociale denso di criticità, a partire dal divario sempre più accentuato tra le generazioni.  Se da una parte, infatti, con l‘aumento dell‘età media, diventa importante coinvolgere i più anziani nel mercato del lavoro, dall‘altra diventa più difficile per i giovani trovare un impiego.

Le nuove leve sono spesso intrappolate in lavori “non standard”, sottolinea l‘Ocse, che fin dal titolo del comunicato stampa di lancio del rapporto evidenzia il fatto che saranno le giovani generazioni a pagare il prezzo dell’invecchiamento e la crescita delle ineguaglianze.

Dal 2000 al 2016, i tassi di occupazione delle persone tra i 55 e i 64 anni sono cresciuti di più (23%) rispetto a quelli delle persone al primo impiego (1%). I tassi di occupazione dei giovani sono invece diminuiti bruscamente (-11%).

La forbice tra giovani e anziani è valida anche per i salari. “Dalla metà degli anni ‘80, il reddito degli individui di età compresa tra i 60 e i 64 anni è cresciuto del 25% in più rispetto a quello delle persone tra i 30 e i 34 anni” scrive l‘Ocse, contro una media del 13% registrata negli altri Paesi membri dell‘organizzazione.

I tassi di povertà relativa, si legge ancora, sono “aumentati per i gruppi più giovani, mentre sono caduti bruscamente per i più anziani”.

All‘ineguaglianza nei salari corrisponde inevitabilmente un gap nei trattamenti previdenziali. Se negli altri paesi Ocse le differenze nelle pensioni si devono per i due terzi alle disparità negli stipendi, in Italia questo rapporto è “vicino al 100%”, anche a causa della debolezza del sistema di sicurezza sociale.