Milano, sorteggio fatale:
sarà Amsterdam
la nuova sede Ema

 

Roma, 21 novembre – Sarà Amsterdam la nuova sede dell’Ema, l’Agenzia europea per il farmaco costretta a  lasciare Londra per effetto della Brexit. A deciderlo, al termine delle laboriose procedure di voto che, nelle prime due tornate, sembravano preludere a un’affermazione della candidatura di Milano, è stato il sorteggio, avvenuto con due buste ed effettuato a Bruxelles dopo che nella terza votazione di ballottaggio Amsterdam e il capoluogo lombardo avevano ottenuto gli stessi voti.

La delusione per il mancato raggiungimento dell’obiettivo, che l’Italia aveva perseguito con grande impegno, determinazione e unità di intenti, ritenendo strategica per il Paese l’assegnazione della sede dell’agenzia regolatoria comunitaria, è stata davvero enorme. Il capo del Governo Paolo Gentiloni, nel suo primo commento via twitter, parla apertamente di “beffa” e rignrazia comunque “Milano e tutti coloro che si sono impegnati per Ema, nelle istituzioni e nel privato. Una candidatura solida sconfitta solo da un sorteggio”.

Sconsolati anche i primi commenti del sindaco di Milano Giuseppe Sala e del presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni. “Veramente un po’ assurdo essere esclusi perché si pesca da un bussolotto” ha detto il primo. “Tutto regolare ma non normale“.

“Il sorteggio è triste”  ha aggiunto Maroni. “È il paradigma di un’Europa che non sa decidere. Penso occorra assumere qualche iniziativa, vedremo”.

“Non siano mai stati secondi e abbiamo perso soltanto per un sorteggio sfortunato” ha riassunto invece Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari europei, aggiungendo che “contro la sorte non c’è impegno politico che tenga”.

Come Sala, Maroni e Gozi molti altri commenti del dopo hanno puntato l’indice contro il sorteggio, lamentando che una scelta così importante e di rilievo strategico non può essere lasciata all’alea della sorte, con una procedura da molti ritenuta pilatesca..

Valutazioni che certamente risentono della bruciante delusione per l’esito della partita e che sarebbero state con ogni probabilità molto diverse se la sorte fosse stata più favorevole. In ogni caso, le accuse di “pilatismo” sarebbero certamente suonate più fondate e convincenti se fossero state avanzate prima dell’assegnazione e non dopo: le regole del voto – fissate nello scorso mese di giugno – erano infatti note, inclusa la previsione del sorteggio in caso di parità all’ultimo voto, e non risulta che si siano levate molti voci critiche o richieste di rivedere la procedura.

Vista la decisione di ricorrere a una procedura diffusa nello sport, a partire dal calcio (dove un sorteggio, quella volta favorevole, spalancò all’Italia la finale dei campionati europei del 1968, poi vinti contro l’allora Jugoslavia), si poteva ad esempio avanzare la proposta di utilizzare, in luogo del sorteggio, un criterio assimilabile a quello della “differenza reti”, premiando la sede che – nelle tornate di voto precedente – aveva ottenuto più voti. Criterio sicuramente più sensato e rispettoso delle volontà dei Paesi membri e che, se utilizzato, avrebbe premiato Milano, che ha sopravanzato Amsterdam sia nella prima votazione (25 voti a 20) sia nella seconda (12 a 9).

Ma nessuno a suo tempo ha pensato a introdurre e utilizzare un simile meccanismo (o altri comunque preferibili all’alea del sorteggio) e dunque le proteste e le critiche postume alle procedure di voto, per quanto sottoscrivibili nel merito e certamente comprensibili alla luce della bruciante delusione per l’esito beffardo, suonano del tutto inutili e lasciano purtroppo il tempo che trovano.

Resta dunque il rimpianto di aver mancato l’obiettivo per un accidente della sorte (anche se c’è chi cerca altri colpevoli, guardando soprattutto alla Spagna, accusandola di aver “tradito” il fronte latino dell’Europa scegliendo di votare per Amsterdam), dopo aver fatto di tutto e di più, come Paese, per centrarlo: al di là del suo impatto economico, peraltro di assoluto rilievo, l’assegnazione della sede Ema rientra infatti nella ridefinizione dello scacchiere geopolitico europeo determinata dalla Brexit e comporta per il Paese che se la aggiudica (l’Olanda e non l’Italia, purtroppo) la possibilità di avere un diverso peso e una carta pesante in più da spendere nelle decisioni di Bruxelles.

Al di là di questo, il rammarico più grande riguarda la realtà nella quale l’Ema si sarebbe calata in caso di vittoria di Milano: quella di un Paese dove ci sono ben 25 mila imprese (5.000 delle quali in Lombardia e circa 2.000 a Milano) che operano a vario titolo nell’ambito della produzione e della ricerca farmaceutica, coinvolgendo oltre 165.000 addetti e generando un fatturato di circa 33 miliardi di euro l’anno (di cui un terzo circa proveniente proprio da Milano).

Un tessuto produttivo di eccellenza, per il quale l’Ema a Milano avrebbe rappresentato un ulteriore potentissimo volano a beneficio dell’intero Paese, con un indotto stimato tra 1,7 e 1,8 miliardi e una spinta straordinaria anche per la ricerca scientifica, in un distretto già impegnato a dare vita al progetto strategico Human Technopole, un polo di ricerca e sviluppo nel settore delle scienze della vita.

I rimpianti sono dunque pienamente legittimi, oltre che del tutto comprensibili, ma ora – più che alle polemiche e ai commenti degli immancabili profeti del dopo – sarebbe certamente più produttivo cercare di tesaurizzare l’esperienza che ha portato Milano e l’Italia a giocarsela da protagonista nella gara per Ema, partendo proprio dalla straordinaria prova di unità istituzionale messa in campo nella sfortunata  partita conclusasi ieri.

Un patrimonio che non deve essere disperso e può essere concentrato proprio su Human Technopole, progetto strategico in grado di richiamare una grande massa di investimenti privati e pubblici. Realizzarlo, con la determinazione e l’unità di intenti che servono e mettendo da parte per una volta (come già è stato fatto per Ema) i calcoli e i veti incrociati del tornaconto politico dei singoli schieramenti, suonerebbe come una grande rivincita. Anche contro la sorte.