Melazzini: “I farmaci? Facciamoli prescrivere anche agli infermieri”

Roma, 8 marzo – “Anche gli infermieri dovrebbero poter avere la possibilità di prescrivere farmaci e presidi sanitari”, possibilità che “in molti Paesi già esiste”.

A lanciare la proposta è stato il direttore generale dell’Aifa, Mario Melazzini (nella foto),   in occasione del primo congresso della Fnopi, la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, conclusosi ieri all’Auditorium del Parco della Musica a Roma.

“Come vogliamo aprire alla prescrizione dei farmaci innovativi ai medici di famiglia, allo stesso modo vogliamo aprire alla prescrizione dei farmaci da parte degli infermieri, con modalità da approfondire. Per autorizzarli servirebbe però una modifica di legge” ha detto Melazzini, aprendo anche in Italia la prospettiva di scenari professionali da tempo realtà in altri Paesi e che anche nel nostro sono stati già oggetto di dibattito e riflessioni, senza che però – almeno fino a oggi – venissero formulate esplicite proposte al riguardo.

Immediata, e di segno negativo, la reazione opposta dalla Fnomceo alla sortita del DG dell’Aifa: “Siamo assolutamente contrari al trasferimento delle competenze professionali dal medico ad altre figure sanitarie” ha subito affermato il presidente Filippo Anellie lo diciamo in modo forte e chiaro: le competenze del medico non discendono da investitura soprannaturale, ma sono acquisite in ragione di percorsi formativi condivisi da tutte le istituzioni e gli attori coinvolti: Parlamento, Governo,  ministero della Salute e Miur, Conferenza Stato-Regioni, Università, Ordini, rappresentanti dei professionisti del Servizio sanitario nazionale. È una questione di garanzia nei confronti dei nostri pazienti e dei nostri sistemi sanitari: in tutti i Paesi dove si è attuato il task shifting, il risultato è stato un abbassamento di qualità dei servizi sanitari”.

Una reazione attesa e prevedibile, in linea con quanto avvenuto in altri Paesi prima che il trasferimento di competenze avesse luogo: l’ultimo esempio viene dalla Spagna, dove la feroce diatriba esplosa dopo il decreto reale del 2015 sulla prescrizione infermieristica si è conclusa soltanto nell’autunno del 2017, dopo un serrato confronto tra l’associazionismo medico e quello infermieristico che ha portato all’approvazione di un accordo in ragione del quale si regolamentano  “l’indicazione, uso e autorizzazione alla erogazione di farmaci e prodotti sanitari ad uso umano, da parte degli infermieri”.

Sul fronte dei farmacisti, le prime reazioni sono arrivate dall’Asfi, l’Associazione scientifica dei farmacisti italiani presieduta da Maurizio Cini. Dando voce alle perplessità e alle sollecitazioni che hanno subito trovato espressione nella chat degli iscritti, Cini ha subito voluto sottolineare come l’apertura di Melazzini abbia riguardato in prima battuta (a suo giudizio incongruamente) gli infermieri e  non invece i farmacisti, che vantano conoscenze specifiche molto più complete e profonde sulla materia e che per i pazienti restano i professionisti sanitari più prossimi e accessibili sul territorio. Un elemento, questo, cruciale soprattutto nel momento della dismissione dall’ospedale. “Nell’ottica della farmacia dei servizi, lavoriamo ormai da anni sulla necessità di un coinvolgimento più congruo ed efficace dei farmacisti di comunità  nella sanità di prossimità, con la presa in carico del paziente, in particolare nelle cronicità, e il monitoraggio dell’aderenza terapeutica, anche allo scopo di evitare sprechi, oltre che usi non appropriati dei farmaci” spiega il presidente dell’Asfi. “Logica vorrebbe che le funzioni prescrittive, sia pure in circostanze e ambiti ben individuati e pre-definiti, vengano estesi a questi professionisti, prima di pensare ad altri. Per quello che ci riguarda, all’interno dell’Asfi abbiamo subito avviato, già ieri, la costituzione di un gruppo di lavoro per affrontare questo tema, che era e resta di fondamentale rilievo, atteso che una fetta consistente del futuro della professione farmaceutica passa proprio attraverso una ridefinizione delle sue funzioni e una sua più adeguata collocazione funzionale nella sanità di prossimità al servizio del paziente”.

In effetti, la prospettiva alla quale ha dato voce ieri Melazzini è in discussione a livello internazionale ormai da molti anni e, pur mettendo in conto le resistenze della professione medica, è ragionevole attendersi sviluppi in quella direzione, grazie anche all’imprimatur derivante dagli esiti positivi di numerosi studi di confronto finalizzati a valutare la capacità dei prescrittori non medici di iniziare, cambiare o sospendere un trattamento senza una stretta supervisione medica.

Studi puntualmente registrati dalla letteratura internazionale che (contraddicendo l’affermazione al riguardo di Anelli) hanno dato risultati positivi. Per tutti, basterà citare la revisione Cochrane, risalente alla primavera del 2017, effettuata su 46 ricerche condotte nel setting delle cure primarie e relative alla gestione di malattie croniche, con l’arruolamento di infermieri (in 26 degli studi analizzati) e di farmacisti (nei restanti 20). Dall’analisi dei dati, è emerso che gli outcome dei pazienti, dopo la prescrizione effettuata da infermieri o farmacisti, erano del tutto simili a quelli successivi a prescrizione medica.

A confermare che quella di Melazzini è con ogni probabilità una dichiarazione di intenti e insieme un’indicazione di direzione, è stata peraltro la stessa presidente della Fnopi Barbara Mangiacavalli, con una nota nella quale riferisce che la federazione degli infermieri ha da tempo predisposto un documento di lavoro riservato, richiesto da Aifa, sul tema della prescrizione dei farmaci, per un approfondimento della tematica.

Abbiamo preso a riferimento le esperienze internazionali in materia, la Spagna in primis” ha detto Mangiacavalli, ricordando che quello iberico è stato “l’ultimo paese che ha normato la prescrivibilità di alcuni farmaci da parte dell’infermiere, ma lo hanno fatto anche la Gran Bretagna, la Francia e altri. Questi sono i riferimenti di cui si è discusso con Aifa” ha concluso la presidente di Fnopi. ” L’apertura c’è. Ora si tratta di rivisitare il quadro normativo”.

Nel congresso Fnopi, però, si è ovviamente parlato anche di molto altro, a partire dallo “stato dell’arte” (assai complicato) della professione, che soffre di una preoccupante carenza di effettivi. Stretti tra turni impossibili e età media sempre più alta, mancano infatti all’appello almeno 50mila infermieri, di cui 20mila in ospedale e 30mila per rendere efficiente l’assistenza continua sul territorio.

E la carenza, che mette a rischio l’assistenza dei pazienti e che si va accentuando con il passar del tempo, potrebbe ancora peggiorare, arrivando a 70mila unità entro cinque anni.

Il calo è una tendenza che si registra ormai da anni: dal 2009, anno dell’ultimo contratto e anno in cui sono iniziati i piani di rientro per le Regioni in deficit, si sono perse 12.031 unità di personale infermieristico, contro, ad esempio una diminuzione di 7.731 medici.

In una situazione di aumento della domanda sanitaria, ma di stasi dell’occupazione, il maggior ricorso alle turnazioni rimane dunque l’unica strada per assicurare il funzionamento delle organizzazioni.
Anche per questo tra gli infermieri il lavoro di domenica è quasi la norma: lo fanno almeno il 68,3% di chi lavora in ospedale. Il maggior ricorso al lavoro serale e notturno si verifica nel Mezzogiorno, dove quasi tutte le Regioni sono in piano di rientro e quindi hanno il blocco totale del ricambio per gli organici: lavora di notte almeno una volta a settimana il 63,6% degli infermieri, contro il 54,8% del Nord.

Altro dato preoccupante è l’aumento dell’età media di chi è in servizio: quella degli infermieri dipendenti del Ssn è di 50 anni e mezzo, con differenze marcate tra Regioni. Dove vige il blocco del turn over, come in Campania, l’età media di 53 anni, mentre nelle regioni considerate modello, come Lombardia, Umbria ed Emilia Romagna, l’età media è di poco più di 49 anni.