Istat, crollo di nascite e picco di decessi nel 2020, è allarme demografico

Roma, 4 maggio – La popolazione italiana continua a diminuire, scendendo sotto quota 60 milioni: al 1° gennaio 2021 i cittadini residenti nel nostro Paese erano infatti 59 milioni 259mila, 384mila in meno su base annua. Lo registra l’Istat, evidenziando lo scarto negativo tra numero di nuovi nati e decessi: 7 neonati (il minimo di sempre) contro 13 decessi (il massimo) per mille abitanti. In discesa anche i flussi migratori con l’estero, che danno un saldo di +79 mila, pari a 1,3 per mille abitanti, la metà del 2019. L’età media continua a salire: 46 anni al 1° gennaio 2021 e il numero medio di figli per donna è di 1,24, il più basso dal 2003.

Gli effetti pandemici – registra l’Istat – impattano su tutte le componenti del ricambio demografico. Nel 2020 la pandemia da Covid-19 ha prodotto effetti non soltanto, per quanto prevalentemente, sulla mortalità ma anche sulla mobilità residenziale interna e con i Paesi esteri, arrivando a incidere persino sui comportamenti riproduttivi (nell’ultimo mese dell’anno) e nuziali. Ne scaturisce un quadro globale, già di per sé fortemente squilibrato da dinamiche demografiche deboli sul versante del ricambio della popolazione, nel quale le stesse problematiche risultano accentuate e moltiplicate.

Alla luce di dati molto consolidati che coprono tutto il 2020 ma che per il momento sono da considerarsi provvisori, le nascite risultano pari a 404mila mentre i decessi raggiungono il livello eccezionale di 746mila. Ne consegue una dinamica naturale (nascite-decessi) negativa nella misura di 342mila unità.

Gli effetti del lockdown hanno poi determinato inevitabili ripercussioni sul versante dei trasferimenti di residenza. Le iscrizioni dall’estero sono state 221mila e le cancellazioni 142mila. Ne deriva un saldo migratorio con l’estero positivo per 79mila unità, il valore più basso degli anni 2000 e in grado di compensare solo in parte l’effetto negativo del pesante bilancio della dinamica naturale.

Per quanto riguarda la mobilità interna si rileva una riduzione del volume complessivo di circa il 12%: sono un milione 308mila i trasferimenti registrati tra i Comuni italiani nel 2020 contro un milione 485mila dell’anno precedente. Infine, le ordinarie operazioni di allineamento e revisione delle anagrafi (saldo per altri motivi) comportano un saldo negativo per ulteriori 121mila unità.

Il riflesso di tali andamenti comporta un’ulteriore riduzione della popolazione residente, in calo ininterrotto per il settimo anno consecutivo e scesa al 1° gennaio 2021, come già ricordato,  a 59 milioni 258mila, un milione di italiani in meno rispetto alla cifra record di 60,3 milioni di residenti raggiunta nel 2014. Nel 2020, si è registrata una riduzione sull’anno precedente di 384mila cittadini (-6,4 per mille residenti), in pratica l’equivalente di una città come  Bologna. Con l’eccezione del Trentino-Alto Adige, dove si registra una variazione annuale della popolazione pari a +0,4 per mille, tutte le Regioni sono interessate da un decremento demografico. Il fenomeno colpisce maggiormente le Regioni del sud (-7 per mille) rispetto a quelle del centro (-6,4) e del Nord (-6,1).

Molise (- 13,2) e Basilicata (-10,3) sono le Regioni più colpite; tra quelle del nord spiccano Piemonte (-8,8), Valle d’Aosta (-9,1) e soprattutto Liguria (-9,9). Scendendo di un livello nell’analisi territoriale, la provincia di Isernia è quella che evidenzia la situazione maggiormente critica, per via di un tasso di variazione che in un anno le sottrae circa l’1,5% della popolazione. Sono comunque numerose, e concentrate nel nord-ovest, le province che nel 2020 perdono almeno l’1% della popolazione. In particolare, le province di Vercelli, Asti, Alessandria e Biella in Piemonte; le province di Savona e Genova in Liguria, quelle di Pavia e Cremona in Lombardia.

Nel centro del Paese soltanto la provincia di Macerata si trova nelle medesime condizioni mentre nel sud, oltre alla citata Isernia, figurano anche le province di Benevento, Avellino, Campobasso, Potenza e Crotone. Nelle isole, infine, il decremento demografico interessa le province di Caltanissetta, Enna, Nuoro e Oristano. La provincia di Bolzano (+2 per mille), al contrario, è l’unica a vantare un saldo demografico positivo.

Per effetto del forte aumento del rischio di mortalità, specie in alcune aree e per alcune fasce d’età, che ha dato luogo ai già ricordati  746mila decessi (il 18% in più di quelli rilevati nel 2019), la sopravvivenza media nel corso del 2020 subisce una decisa contrazione, pari in media a 14 mesi in media. La speranza di vita alla nascita, senza distinzione di genere, scende così a 82 anni, ben 1,2 anni sotto il livello del 2019. Per osservare un valore analogo occorre risalire al 2012.

Gli uomini sono più penalizzati: la loro speranza di vita alla nascita scende a 79,7 anni, ossia 1,4 anni in meno dell’anno precedente, mentre per le donne si attesta a 84,4 anni, un anno di sopravvivenza in meno. A 65 anni la speranza di vita scende a 19,9 anni (18,2 per gli uomini, 21,6 per le donne). La variazione annuale è sostanzialmente uguale a quella riscontrata nella speranza di vita alla nascita ma ha un impatto relativo più importante, stante l’esiguità della vita media residua sul quale un individuo può contare al 65° compleanno.

Tutte le Regioni, nessuna esclusa, subiscono un abbassamento dei livelli di sopravvivenza. Tra gli uomini la riduzione della speranza di vita alla nascita varia da un minimo di 0,5 anni (vale a dire 6 mesi di vita media in meno) riscontrato in Calabria, a un massimo di ben 2,6 anni in Lombardia. Le Regioni del centro-sud registrano perdite inferiori, poiché meno colpite dagli effetti della pandemia ma comunque importanti. In Abruzzo, Puglia e Campania, la riduzione di sopravvivenza per gli uomini è di oltre un anno rispetto al 2019. Ma è soprattutto il nord a pagare il prezzo più alto: oltre che nella gà citata Lombardia, gli uomini registrano riduzioni rilevanti anche in Piemonte (-1,7 anni), Valle d’Aosta (-1,7), Liguria (-1,6), Trentino-Alto Adige (-1,6) ed Emilia-Romagna (-1,5).

Lo schema si ripete tra le donne, anche se a un livello differente. Nelle regioni del centro-sud si riscontrano variazioni più contenute, minime in Calabria e Basilicata (-0,3 anni) così come nel Lazio e in Campania (-0,4). Si tratta comunque di perdite importanti, dell’ordine dei 3-5 mesi di speranza di vita in meno, ma di certo non paragonabili ai 2 anni pieni persi dalle donne in Lombardia o ai 2,3 anni persi in Valle d’Aosta, dove si riscontra la condizione più critica.