Grossisti, studio della Sapienza: redditività zero negli ultimi 10 anni

Roma, 19 maggio –  Un settore in affanno, che rischia di morire per asfissia se non interverranno modifiche legislative per fornirgli le quantità minime vitali di ossigeno necessarie ad assicurare la sua fondamentale funzione. È la diagnosi che emerge dall’ultimo studio realizzato dal Dipartimento di Ingegneria informatica automatica e gestionale Antonio Ruberti dell’Università Sapienza di Roma, coordinato dal prof. Giorgio Matteucci  e realizzato per conto di Adf, l’associazione dei distributori farmaceutici presieduta da Alessandro Morra (nella foto).

Una sintesi del lavoro, frutto di una collaborazione instaurata con il dipartimento del primo ateneo romano iniziata  nel 2012, al tempo dell’ipotesi di accordo per la nuova remunerazione che arrivò a essere sottoscritto in Aifa ma che alla fine fu bocciata dal ministero dell’Economia, è proposta sull’ultimo numero de  Il Quaderno della distribuzione farmaceutica, il notiziario online dell’Adf, ed è disponibile a questo link.

Si tratta di un lungo percorso di analisi (i primi bilanci analizzati risalgono al 2009, prima del taglio del margine dei grossisti dal 6,65 al 3%) che con l’ultimo aggiornamento copre ormai un decennio e offre uno spaccato affidabile, certificato dall’approccio accademico, dello “stato di salute” dell’attività svolta dai grossisti nell’ultimo decennio, vissuto in condizioni di grande difficoltà ma sempre facendo tutto il possibile per continuare a garantire il servizio ai massimi livelli, perseguendo sempre l’efficienza e razionalizzando la logistica e le infrastrutture. Questo anche in piena emergenza Covid, che ha inevitabilmente prodotto nuovi problemi, fronteggiati anch’essi  senza ripiegamenti e cercando sempre di mantenere il preesistente livello di qualità, ma che non potevano non pesare ulteriormente su un settore già molto provato..

Lo studio  – che ha analizzato i dati di bilancio di un campione di circa 50 imprese nel periodo che va dal 2009 al 20171 , integrati con informazioni di carattere tecnico ed economico non direttamente disponibili nei bilanci di esercizio e perciò rilevate attraverso questionari ad hoc – ha messo in evidenza la progressiva erosione dei margini di redditività (operativa e netta) delle imprese della distribuzione intermedia del farmaco.

Le cause di questa situazione sono principalmente imputabili ai margini di remunerazione per i prodotti rimborsabili non sufficienti a recuperare i costi di distribuzione, al trend di riduzione dei prezzi dei farmaci di classe A dovuto al crescente impatto dei generici, all’incremento progressivo dei costi operativi e alle difficoltà finanziarie dovute all’elevato tempo medio di incasso dei crediti clienti. Ne è prova il fatto che la percentuale di imprese in perdita passa dal 14 per cento del 2011 al 24 per cento del 2017.

Come da una situazione che, ove perdurasse, metterebbe a rischio la stessa sopravvivenza del settore? Lo studio prova a delineare alcuni interventi indispensabili e definire un quadro equilibrato in cui tutti gli attori della filiera siano equamente remunerati, evitando costi aggiuntivi quali, per esempio, gli oneri finanziari dovuti alla eccessiva distanza tra i tempi di incasso dai clienti rispetto ai tempi di pagamento ai fornitori. Interventi che – questa l’indicazione – dovrebbero riguardare almeno la definizione di nuovi schemi di remunerazione maggiormente orientati ai costi della distribuzione e la definizione di un’indicizzazione che protegga i risultati economici del mercato regolato rispetto alla evoluzione dei costi e, al tempo stesso, incentivi all’efficienza (per esempio con meccanismi che prevedano la periodica revisione degli schemi di remunerazione con l’obiettivo di aumentare progressivamente l’efficienza e la riduzione dei costi).

Lo studio ritiene inoltre auspicabile una modifica dei vincoli regolamentari sulla logistica della distribuzione e sui tempi di pagamento dei clienti e la valorizzazione della contrattazione commerciale, in un quadro normativo più equilibrato, affinché gli aumenti di qualità del servizio, oltre il minimo garantito per via regolamentare, contribuiscano sia al riequilibrio dei ricavi della distribuzione, sia alla riduzione dei costi complessivi di filiera.