Gimbe: “Spesa sanitaria privata, no alle previsioni catastrofiche”

Roma, 12 giugno – I dati relativi alla rilevante crescita della spesa privata per la salute sostenuta dai cittadini, resi noti nei giorni scorsi dal  rapporto RBM Salute-Censis, dai quali emergono anche situazioni decisamente gravi (come i 12 milioni di italiani che rinunciano alle cure, il 25% della popolazione che subisce danni economici per pagare le spese sanitarie e i sette milioni di italiani che nell’ultimo anno si sarebbero indebitati per pagare le spese per la salute,  con 2,8 milioni che avrebbero dovuto usare il ricavato della vendita di una casa o svincolare risparmi), andrebbero ridimensionati e letti senza scivolare  nel catastrofismo.

A sostenerlo è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, molto critico nei confronti del rapporto presentato al Welfare Day 2018: “Censis e RBM si configurano ormai come un collaudato team di pallavolo” afferma Cartabellotta  il prestigioso istituto di ricerca alza la palla, producendo ogni anno dati sempre più allarmanti e la compagnia assicurativa schiaccia sempre nella stessa direzione: la necessità di un “secondo pilastro” intermediato da fondi e assicurazioni è ormai inderogabile per ridurre la spesa delle famiglie e garantire la sostenibilità del servizio sanitario nazionale”.

I dati residel rapporto Censis-RBM 2018, però, andrebbero considerati alla luce delle numerose le criticità metodologiche che li inficiano: innanzitutto, non si conoscono le domande del questionario; in secondo luogo, le tecniche per selezionare gli intervistati non permettono di escludere un “campionamento di convenienza”.  In più non vengono riportati margini di variabilità sulle stime ottenute e, per finire, il margine di errore del ± 3,1%, riferito all’intero campione, risulta di gran lunga più elevato per ciascuno dei sottogruppi ottenuti all’interno delle variabili di stratificazione (classe di età, genere, area geografica di residenza, ampiezza demografica del comune di residenza).

Lo scorso anno, per le stesse ragioni, puntualizza il presidente della Fondazione Gimbe  “il Ministero della Salute aveva smentito con un comunicato stampa i dati del Censis sulla rinuncia alle cure, sottolineando i limiti dello studio – identici a quelli del 2018 – che riportava risultati di gran lunga più catastrofici di quelli dell’Istat e dell’indagine europea sul reddito e le condizioni di vita delle famiglie”.

Rispetto all’entità della spesa sanitaria out-of-pocket, dato di partenza di questa raffinata strategia di marketing, precisa Cartabellotta, “il 3° Rapporto Gimbe conferma sì che la spesa delle famiglie nel 2016 sfiora i  40 miliardi di euro, ma non rileva nessun allarme sul suo incremento, che rimane stabile intorno al 18% sia nel periodo della crisi (2009-2016) sia nel periodo pre-crisi (2000-2008)».

Inoltre, l’analisi dettagliata della spesa out-of-pocket permette di mitigare ampiamente l’entità del fenomeno perché dei  40 miliardi di euro: 3,3 vengono “restituiti” dallo Stato sotto forma di detrazioni fiscali; 1,3 sono relativi all’acquisto di farmaci di fascia A, virtualmente a carico del Ssn, ma che i cittadini acquistano in autonomia per loro volontà; 1,5 sono destinati alla compartecipazione della spesa per i farmaci  (ma di questi, un miliardo viene sborsato per acquistare farmaci brand al posto degli equivalenti); altri 5,9 miliardi sono destinati a prodotti omeopatici, erboristici, integratori, nutrizionali, parafarmaci, eccetera voce di spesa peraltro esclusa dai nuovi conti della sanità dell’Istat; 5,2 miliardi vengono spesi per farmaci di fascia C e di automedicazione, buona parte dei quali di efficacia non dimostrata; ben 11  miliardi (che ne includono 1,3 di ticket) sono destinati a visite specialistiche ed esami diagnostici di laboratorio e strumentali, di cui una variabile percentuale del 30-50% secondo stime internazionali è inappropriata; 8,5 milioni vanno per le cure odontoiatriche (mai incluse nei livelli essenziali di assistenza); 5,2 miliardi sono spesi per per l’assistenza ospedaliera, di cui più di tre milioni per la long term care, e infine un altro miliardo se ne va in protesi e ausili. Trando le somme

“Questo ‘spacchettamento’ della spesa delle famiglie” afferma Cartabellotta “confuta di fatto l’ipotesi che gli esborsi dei cittadini siano destinati esclusivamente a fronteggiare le minori tutele pubbliche: infatti, almeno il 40% non viene speso per beni e servizi indispensabili a migliorare lo stato di salute, bensì soddisfa bisogni indotti dal benessere e dalla medicalizzazione della società e condizionati da consumismo, pseudo-diagnosi e preferenze individuali”.

La controprova viene fornita dal fatto che nelle diverse Regioni la spesa out-of-pocket è proporzionale al reddito pro-capite e alla qualità dell’offerta pubblica: in altre parole, le famiglie spendono di più nelle Regioni del nord dove l’offerta dei servizi sanitari pubblici è adeguata, mentre quelle del sud si attestano tutte sotto la media, nonostante una qualità peggiore dei servizi.

Infine, la strategia di persuasione collettiva che punta dritta al “secondo pilastro” prova a sensibilizzare il nuovo esecutivo “personalizzando” i risultati dell’indagine Censis, da cui emergerebbe un “maggior rancore degli elettori di 5 Stelle e Lega nei confronti della sanità”, considerata il “cantiere con cui gli italiani metteranno alla prova il passaggio dal rancore alla speranza del cambiamento”.

Peccato (per loro) che il contratto del Governo del cambiamento afferma senza indugi che “è prioritario preservare l’attuale modello di gestione del servizio sanitario a finanziamento prevalentemente pubblico e tutelare il principio universalistico su cui si fonda la legge n. 833 del 1978 istitutiva del Servizio sanitario nazionale”, per cui la vera “prova di esame”, conclude Cartabellotta, “non è affatto rappresentata dall’espansione del secondo pilastro, quanto invece dal rilancio del finanziamento pubblico, peraltro annunciato anche dal Premier Conte nel discorso per la fiducia al Senato”.

Se così non fosse, il Governo del cambiamento, oltre ai propri “rancorosi elettori”, avrà tradito anche il contratto che oggi riguarda tutto l’intero popolo italiano.