Federfarma, riesplode il caso della “candidabilità” di Racca

Roma, 2 maggio – A tre settimane dal voto (che dovrebbe tenersi il 24 o 25 maggio prossimi), continua a tenere banco la polemica sulla “candidabilità” della presidente uscente, Annarosa Racca, sollevata da tempo da alcuni esponenti dell’opposizione interna, sia a mezzo stampa (in un’intervista esclusiva del presidente di Federfarma Umbria Augusto Luciani pubblicata su RIFday del 3 febbraio),  sia con una lettera ufficiale indirizzata da Elisabetta Borachia (La Spezia, nella foto), Antonio Guerricchio (Matera) e Pasquale D’Avella (Federfarma Marche) alla stessa presidente del sindacato dei titolari.

Materia del contendere, una norma dello statuto (introdotta proprio sotto la presidenza Racca) che pone un limite ai mandati (non più di tre) nelle cariche apicali di Federfarma, inclusa quella del presidente. Limite che Racca avrebbe già raggiunto, ma che l’attuale presidente ritiene non sussistere, forte del parere di alcuni consulenti interpellati al riguardo. Al contrario, i consulenti interpellati dagli oppositori hanno espresso un parere del tutto opposto, ponendo in dubbio la legittimità di una nuova candidatura della presidente ancora in carica. E per risolvere la questione prima del voto, così da evitare sul nascere l’eventualità di rovinosi contenziosi a elezioni concluse, potenzialmente devastanti per l’immagine (se non addirittura per la tenuta) del sindacato, Borachia, D’Avella e Guerricchio avevano avanzato il 24 marzo la proposta di un arbitraggio, affidato a un’autorevole figura scelta congiuntamente,  alla quale affidandare il compito di verificare l’eventuale sussistenza della condizione di ineleggibilità e pronunciarsi nel merito con un giudizio non impugnabile.

Alla proposta Racca ha risposto, l’11 aprile scorso, bollando come “un percorso inadeguato e improvvisato”  il ricorso a un arbitraggio esterno e avanzando per contro l’ipotesi di far dirimere la questione della sua “candidabilità” al Collegio dei probiviri, “organo super partes”  statutariamente preposto alla “amichevole composizione delle controversi insorte tra gli associati  e tra gli associati e la Fedefarma e quindi perfettamente deputato a risolvere la problematica in predicato”.

Una controproposta che, però, Borachia, D’Avella e Guerricchio hanno ritenuto inaccettabile e provocatoria, notificandolo alla Racca con una lunga lettera inviata il 28 aprile scorso e trasmessa questa mattina anche alla stampa di settore.

A sintetizzarla, la risposta dei tre dirigenti consiste in una durissima accusa alla presidente nazionale di tradire “consapevolmente e cinicamente” lo spirito di una norma statutaria “voluta per affermare una cultura della rappresentanza più aperta e più centrata sul valore del servizio che non sulla conservazione dei posti di potere“.

Al netto delle opposte valutazioni già espresse dai consulenti di parte, scrivono Borachia & C, la questione vera è solo quella di “rispettare il significato vero e inequivocabile di regole che abbiamo voluto tutti, a partire da te, pienamente consapevoli della necessità condivisa di ‘aprire’ il sindacato dall’interno, puntando su una più ampia partecipazione e facendo irrompere, grazie a norme e meccanismi più adeguati, la benefica e vitale aria del rinnovamento”.

Un motivo più che sufficiente, annotano i tre dirigenti, per un “passo di lato”, che peraltro “non pregiudicherebbe in alcun modo il grande contributo che, in altre posizioni e con altre vesti”  la presidente può ancora garantire al sindacato, “solo che lo voglia”.

“Ma se, come ci sembra di capire,  insisterai a voler forzare il dettato statutario” ammoniscono i tre dirigenti sindacali

preparati a caricarti sulle spalle la responsabilità della tua decisione, che avrà effetti e conseguenze dirompenti sulla tenuta di quell’unitarietà che il nostro sindacato conserva e difende con orgoglio  e tenace determinazione da quasi  50 anni”.

Borachia, D’Avella e Guerricchio censurano quindi con durezza la controproposta di Racca all’ipotesi di arbitraggio avanzata dai tre dirigenti nella loro lettera precedente: “Se si può arrivare ad accettare che uno, per una volta, possa confondere le pere con le mele” scrivono infatti i tre “l’ipotesi di scambiare un criceto con un elefante – questa è più o meno la differenza che intercorre tra una lite tra colleghi e una differente interpretazione della carta statutaria – risulta incomprensibile e inaccettabile e sconfina inevitabilmente nella provocazione.  A meno che tu, ovviamente, non sia in grado di spiegare come ritieni  possibile che i rispettabilissimi colleghi probiviri, ai quali vanno le nostre incondizionate considerazione e stima, possano occuparsi di una questione sulla quale gli esperti di diritto ‘di indubbia serietà e con specifiche e riconosciute competenze’ già interpellati sia da te che da noi hanno fornito risposte del tutto opposte: ritieni davvero che i nostri pur eccellenti colleghi siano depositari di così tanta scienza e dottrina giuridiche da poter esprimere una valutazione adeguata al riguardo?”

Ma la controproposta, secondo i tre dirigenti dell’opposizione,  dimentica “molto colpevolmente” un altro elemento: “I probiviri, in quanto titolari di elettorato attivo e passivo, sono nei fatti coinvolti nella partita delle elezioni sindacali” si legge nella lettera. “E chi gioca, come è del tutto evidente, non può allo stesso tempo arbitrare. Ammettere il contrario significa pretendere di “vincere facile”, come in quel famoso slogan, giocando con carte truccate, se serve”.

Borachia, Guerricchio e D’avella rappresentano a Racca anche la loro  “viva preoccupazione per la pervicacia con la quale sembri volere insistere nella tua decisione, affermando in pratica che l’unico modo che sei disposta a considerare per continuare a contribuire alla causa del nostro sindacato è quello di continuare a sedere sulla poltrona presidenziale” e annotano anche altri motivi di delusione per la risposta di Racca alla loro lettera di marzo, tra i quali “il tentativo (quasi infantile, consentici di dirlo) di alzare polveroni, attribuendo la responsabilità del problema della tua candidabilità a chi, come noi, si è semplicemente limitato a sollevarlo pubblicamente nell’esclusivo interesse del sindacato e delle persone e delle farmacie che esso rappresenta e tutela. Evidentemente” scrivono i tre “ritieni i colleghi incapaci di andare oltre le cortine di fumo, anche quando sollevate ad arte, ma purtroppo per te non è così: dentro Federfarma esiste una fortissima componente che non crede né nell’elusione (dei problemi) né nell’illusione di poterli risolvere facendoli scomparire sotto un tappeto, come le massaie improvvide e negligenti fanno con la polvere. E crede invece, fortemente, nella cultura delle regole: che vanno rispettate sempre e comunque, soprattutto quando nascono dal basso e sono il frutto di una scelta comune e condivisa”.

Se la questione grave e dirimente della tua candidabilità si è trascinata fino all’immediata vigilia delle consultazioni sindacali, è solo e unicamente in conseguenza di tuoi atti, decisioni od omissioni” concludono i tre rappresentanti dei titolari, tornando a prefigurare il rischio che “per  responsabilità esclusive” di Racca, la vicenda possa “deflagrare in un conflitto che, quale che sia il suo esito, avrà soltanto una vittima: l’unità del sindacato dei titolari e, con essa, la possibilità di tutelare con la dovuta efficacia la farmacia italiana”.

Torniamo perciò a chiederti di considerare la possibilità di deferire il giudizio a un arbitro autorevole e scelto congiuntamente dalle parti: è il modo più ragionevole ed efficace, considerata la situazione e i tempi sempre più stretti” insistono Borachia, D’Avella e Guerricchio alla fine della loro lunga nota,   per “sciogliere il nodo” senza conflitti laceranti, che inevitabilmente finirebbero per arrecare gravissimi danni alla funzionalità e anche all’immagine pubblica del nostro sindacato”.