Federfarma: ‘Ignorate proposte su mascherine, potremmo non venderle’

Roma, 23 aprile – Federfarma non ci sta e a proposito dei molti problemi verificatisi a proposito della disponibilità e del costo delle mascherine, che hanno visto spesso le farmacie bersaglio di polemiche e critiche anche molto pesanti (come quella di speculare sulla vendita dei dispositivi) decide di mettere le cose in chiaro, spingendosi a prefigurare la possibilità di decisioni drastiche, come quella di suggerire alle farmacie associate di astenersi dalla vendita di questi prodotti.

Ma andiamo con ordine: sulla scia di un’analoga iniziativa della Fofi, il sindacato dei titolari ribadisce in un comunicato stampa di aver inviato nella giornata di ieri, 22 aprile, l’ennesima proposta concreta per contrastare ogni possibile criticità connessa all’approvvigionamento di mascherine e Dpi, tenendo a mente prioritariamente la salute della cittadinanza.In particolare, spiega Federfarma, sono stati a più riprese richiesti a tutte le amministrazioni competenti (ministeri della Salute, dello Sviluppo economico, dell’Economia e Finanze, Dipartimento della protezione civile, Commissario straordinario di Governo) una serie di chiarimenti per fare in modo che le farmacie stesse potessero vendere le mascherine a prezzi imposti e senza inutili adempimenti burocratici, che si ripercuotono negativamente sulla qualità del servizio ai cittadini.

Quattro le proposte avanzate da Federfarma  fin dai primi giorni di marzo: la prima era quella di consentire la distribuzione delle mascherine, provenienti dal canale della Protezione civile, a titolo gratuito nelle farmacie di comunità. La seconda, avere sulle altre tipologie di mascherine, comprate sia dalla Protezione civile sia in proprio, l’imposizione di un margine inferiore a quello del farmaco etico, in modo da consentire alle farmacie di definire prezzi equi e sostenibili per la collettività; in alternativa, era stata richiesta al commissario Arcuri l’indicazione di un prezzo imposto, senza che però – nonostante le dichiarazioni del commissario – seguissero provvedimenti concreti, talché (osserva Federfarma) “grossisti e importatori si guardano bene dall’approvvigionarsi di scorte in assenza di prezzi di riferimento, così determinando un’ulteriore carenza dei dispositivi, che era, invece, in via di risoluzione”.

La terza proposta della sigla dei titolari riguarda la possibilità di vendere mascherine anche senza il marchio CE, come previsto dal decreto-legge n. 18 del 2020, premunendosi di acquisire da produttori, importatori e distributori le necessarie certificazioni, ciò per ridurre i tempi di immissione in commercio, e comunque fornendo all’utenza, con modalità semplificate, tutto quel complesso di informazioni per il corretto utilizzo delle mascherine e dei Dpi.

Quarta proposta, infine, quella di ridurre al 4% l’Iva su mascherine rispetto all’attuale aliquota del 22%, in modo tale da garantirne la vendita a prezzi equi e accessibili a tutti.

Per quanto riguarda i prezzi delle mascherine e gli odiosi fenomeni speculativi (fortunatamente limitatissimi) Federfarma ricorda di essersi subito attivata per costituirsi parte civile contro soggetti, anche interni alla categoria, che si dovessero rivelare colpevoli.

A fronte di tutto questo, nonostante le plurime attestazioni di stima (Federfarma ricorda per tutte le parole di Papa Francesco e del Presidente della Repubblica) e malgrado la categoria dei farmacisti stia pagando un prezzo altissimo, anche con la scomparsa di colleghi e con centinaia di contagiati che hanno contratto il virus continuando a tenere aperte le farmacie, l’unico appello accolto è stato quello di consentire lo “spacchettamento” e la vendita singola di mascherine. Decisamente poco, lascia intendere il sindacato, senza esplicitarlo.

“L’unica cosa concreta che si è potuta constatare” scrive Federfarma  “sono gli innumerevoli controlli effettuati dalle autorità preposte, con l’elevazione di pesantissimi sanzioni per il mancato rispetto di adempimenti burocratici e, ancor più grave, con il sequestro di dispositivi (per mancanze non certo imputabili alle farmacie), che non fanno altro che lasciare la popolazione esposta al rischio di contagio”.

“Nessun cenno per spiegare l’alterazione dei prezzi alla fonte di cui le farmacie sono le prime vittime” continua il sindacato “o per dire che le farmacie si assoggettano a condizioni capestro di acquisto pur di rendere disponibili le mascherine agli anziani, ai pazienti oncologici, a quelli che debbono seguire terapie in day hospital, alle donne in gravidanza”.

Uno stato di cose insostenibile, che lascerebbe al sindacato dei titolari solo una strada: suggerire alle farmacie di astenersi dalla vendita di mascherine e dispositivi di protezione individuale. per sottrarsi al rischio più grande, al di là delle sanzioni inflitte, che “è quello che un’intera categoria, che si spende ogni giorno per il bene della collettività, venga annoverata odiosamente tra gli speculatori”.  Inutile prefigurare quali sarebbero le conseguenze negative, per i cittadini, di una simile drastica decisione. Ed è proprio la consapevolezza di quelle conseguenze negative a danno della popolazione a frenare Federfarma, almeno per il momento. Ma, fa ampiamente capire il sindacato, il senso del proprio ruolo e delle proprie responsabilità non può essere né infinito né eterno, soprattutto se a causa delle mancate risposte di chi dovrebbe darle ci si trova nell’intollerabile condizione (la semplificazione è ovviamente tutta nostra) di essere “cornuti e mazziati”.

Per questo, conclude Federfarma, “è assolutamente doveroso e urgente ottenere, ora, dalle amministrazioni competenti le risposte che la Federazione attende“.