Farmacieunite: Riforma remunerazione, occhio a non sbagliare campo

Roma, 25 ottobre – Con una corposa “lettera aperta” di quasi sette pagine, anche Farmacieunite dice la sua sul tema obbligato degli ultimi mesi, la remunerazione delle farmacie. Il piccolo sindacato presieduto da Franco Gariboldi Muschietti (nella foto), che associa più di 600 farmacie tra Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia e che era rimasto fin qui ai margini del dibattito sulla riforma dei compensi, rompe gli indugi e – come non di rado accade quando si è rimasti a lungo in silenzio – esprime in una sorta di fluviale position paper le sue considerazioni su un argomento “che riguarda, indistintamente, tutte le farmacie del nostro Paese senza distinzione di tipologia, grandezza, dislocazione geografica o appartenenza sindacale”.

Sull’argomento, dunque, Farmacieunite ha ritenuto di “poter e dover intervenire“, redigendo il suo documento e inviandolo ieri a tutte le articolazioni territoriali del sindacato dei titolari, alle testate di categoria e al mondo della distribuzione intermedia gestita dalle farmacie, confidando che le sue considerazioni “possano tornare utili al dibattito su una scelta alla quale  (…) sono legate a filo doppio e con nodi ben stretti le sorti future di tutte le farmacie di comunità del Paese, pubbliche e private”.

La lettera aperta di Farmacieunite prende ovviamente le mosse dai contenuti dello schema di nuova remunerazione predisposto da Federfarma, sui quali non mancano le critiche: la sigla di Muschietti non entra nel dettaglio delle cifre e dei calcoli proposti dal sindacato presieduto da Marco Cossolo,  ma afferma che “le simulazioni effettuate su un panel di farmacie nostre associate hanno dato esiti poco convincenti e non privi di incongruenze, in linea con quanto registrato e reso noto anche da altri” (il riferimento è, in particolare, alle valutazioni espresse al riguardo da Federfarma Lombardia, NdR). Da qui  un primo invito a procedere con cautela, anzichè premere sull’acceleratore.

Al di là dei risultati controversi (che peraltro sono oggetto in questi giorni di una querelle interpretativa tra lo Studio Sediva e Federfarma Roma), Farmaciunite esprime forti perplessità in ordine all’incremento dei compensi indicato nella proposta Federfarma (300 milioni circa, passando dai 2,24 miliardi del 2018 ai circa 2,5 che dovrebbe assicurare il nuovo modello), incremento che oltretutto rappresenterebbe un vincolo del mandato conferito dall’Assemblea al Consiglio di presidenza, nel senso che o il risultato viene conseguito, spuntando una redditività  superiore pari a quella illustrata in Assemblea, o la questione torna in discussione.

L’ambizioso obiettivo, scrive al riguardo il sindacato di Muschietti,  “non sembra fare i conti con un dato di realtà:  sulla farmaceutica pubblica, lo Stato non ha alcuna intenzione di spendere un solo centesimo in più, per il semplice motivo che non ce l’ha”. E in più, ricorda Farmacieunite, “l’invarianza  della spesa è scritta nell’art. 15, comma 2, della legge 135/2012, ovvero la norma che prevedeva la sostituzione dell’attuale modello di remunerazione delle farmacie (…) Presentare una proposta di nuova retribuzione con la previsione di 300 milioni di spesa aggiuntiva” dunque  “è un po’ come appenderla in cielo a un gancio di fortuna”.

Ma il cuore del problema non è quello di sedersi al tavolo della riforma dei compensi senza prima avere ottenuto “un preciso impegno della parte pubblica a incrementare il finanziamento, con risorse  più congrue delle attuali”, ma quello di giocare la partita sul campo dove va giocata. La causa principale della sofferenza economica delle farmacie, prima e più ancora che nell’erosione della marginalità, risiede nella revisione del Prontuario per riportare nel canale farmacia medicinali che oggi sono prevalentemente distribuiti in ospedale e nelle strutture pubbliche e per ridiscutere la vexata quaestio delle scelte delle Regioni in materia di distribuzione diretta e Dpc.

“Se di riforma della remunerazione si deve parlare, non ha molto senso farlo se non si interviene laddove davvero serve” scrive Farmacieunite. “Se non si interviene sulla distribuzione diretta, riportandola nell’alveo ristretto di farmaci che le competono e per i quali era nata,  nessun nuovo metodo di calcolo della marginalità, per brillante che sia, potrà mai migliorare lo stato di sofferenza economica della farmacia”.

Per il sindacato di Muschietti, inoltre,  bisogna affrontare la questione coinvolgendo anche altri soggetti, l’industria farmaceutica e le Regioni, che “governano” un elemento decisivo per l’economia del settore: il prezzo al quale il Ssn acquista i farmaci, che ha finito per diventare ben più determinante del ricarico marginale applicato sul prezzo ex-factory per remunerare la filiera distributiva. “Questa realtà – che ha di fatto stravolto il sistema – rende del tutto privo di  senso inseguire nuovi modelli di remunerazione senza prima sciogliere un nodo che non riguarda i compensi delle farmacie ma il prezzo di acquisto del farmaco da parte del Ssn” scrive Farmacieunite.

La lettera aperta ricorda poi altri elementi che dovrebbero indurre alla cautela, prima di avventurarsi in proposte di nuova remunerazione: si tratta dei sitemi di remunerazione mista delle farmacie (quota fissa più quota marginale) introdotte in Francia e in Svizzera, che hanno fin qui prodotto risultati controversi e che in ogni caso non hanno messo le farmacie “al riparo né dall’erosione del valore delle ricette né da sempre possibili interventi di contenimento della spesa”. Argomento, questo – ricorda il documento di Farmacieunite –  ripreso anche dalla vicepresidente esecutiva di WBA Ornella Bara in un suo intervento pubblico, con l’invito a non giocare carte sbagliate in materia di riforma della remunerazione, in particolare “caricando” la quota fissa di aspettative che il meccanismo rischia poi di non soddisfare.

“Una remunerazione incentrata su una quota fissa e una percentuale non dà sufficienti garanzie di ‘protezione’ delle farmacie dal calo dei prezzi dei farmaci” scrive ancora il sindacato di Muschietti. “Bisogna essere consapevoli che presentare alla parte pubblica un nuovo modello di remunerazione non offre alcuna certezza che la parte pubblica, nell’accettarne l’impianto e la logica “misti”, non voglia invece ridiscuterne i  valori economici e magari finire per imporre alle farmacie valori peggiorativi rispetto a quelli attuali. Per dirla con la sintesi utilizzata dal segretario di Federfarma Lombardia, Giampiero Toselli, potrebbe finire che noi mettiamo il metodo e il Governo scrive le cifre”. In altre parole, secondo Farmacieunite “una proposta di nuova remunerazione che non rimetta in discussione il problema vero all’origine della crisi di redditività delle farmacie corre il rischio di esporre le farmacie a  una revisione al ribasso delle attuali marginalità”.

Il nodo remunerazione  va certamente aggredito e risolto, per restituire alle farmacie di comunità la sostenibilità economica necessaria per erogare il servizio farmaceutico, scrive ancora il sindacato presieduto da Muschietti, ma “non si può proporre una riforma che neppure sfiora le vere origini dei problemi all’origine della crisi economica delle farmacie di comunità, obbedendo più all’urgenza di fare qualcosa purché sia che non al bisogno di risolvere al meglio un problema dal quale dipende in via diretta la stessa sopravvivenza della rete delle farmacie”, esponendo in questo modo a un rischio che la lettera aperta di Farmacieunite  sintetizza con un proverbio veneto: “xe pèso el tacòn del buso“, la toppa è peggio del buco.

Il documento conclude prendendo a prestito un’affermazione del presidente di Federfarma Trapani Leonardo Galatioto, formulata in un’iniziativa analoga a quella di farmaciunite, l’invio di una lettera aperta agli “stati maggiori” della farmacia italiana.   “Lo Stato deve dire una volta per tutte e in maniera chiara e  inequivocabile se intende avvalersi della rete delle farmacie – pubbliche e private – presenti capillarmente sul territorio nazionale quale braccio operativo per l’erogazione dell’assistenza farmaceutica”  scriveva Galatioto nell’occasione. “Se la risposta, come è inevitabile, è positiva, le prestazioni erogate per conto della parte pubblica (assistenza farmaceutica convenzionata) devono essere remunerate in maniera adeguata perché non è possibile erogarle ricorrendo a finanziamenti in perdita”.

Un’affermazione che Farmacieunite sottoscrive, per poi concludere il lungo documento con l’auspicio che il problema della retribuzione delle farmacie venga affrontato “con lungimiranza, mantenendo aperto il confronto all’interno della categoria e considerando la questione nella sua interezza, nella giusta cornice e con un obiettivo che non può limitarsi ad essere quello di turare una falla, peraltro senza neppure offrire garanzie di tenuta stagna, ma deve essere invece quello di garantire il futuro del servizio farmaceutico all’interno del sistema pubblico di salute”.