Farmaci per uso umano agli animali, Ue vuole chiarimenti dall’Italia

Breast Cancer Awareness day at the EP in Brussels.

Roma, 20 aprile – L’Europa ha da ridire, e molto, sul decreto firmato la scorsa settimana dal ministro della Salute Roberto Speranza che consente ai medici veterinari di prescrivere medicinali per uso umano per la cura degli animali domestici a condizione che tale medicinale contenga il medesimo principio attivo del medicinale veterinario, presentato dallo stesso ministro come una equa risposta ai prezzi troppo elevati dei farmaci veterinari  rispetto ai corrispondenti prodotti per uso umano (spesso causa dell’abbandono degli animali)  e “una scelta che consentirà di garantire con più facilità le cure agli animali da compagnia e un risparmio importante per tante famiglie italiane e per le strutture che si occupano di cani e gatti” .

Silvia Sardone.jpgLa  commissaria Ue alla Salute Stella Kyriakides (nella foto grande), rispondendo a un’interrogazione (qui il testo) dell’eurodeputata italiana della Lega  Silvia Sardone (nella foto a sinistra), ha infatti annunciato di voler chiedere chiarimenti sulla questione alle “autorità italiane competenti”,  alla luce del fatto che  la direttiva 2001/82/CE e l’articolo 112 del nuovo Regolamento europeo sui medicinali veterinari (che entrerà in vigore  a fine gennaio 2022) autorizzano soltanto “in via eccezionale” l’impiego di un farmaco ad uso umano per il trattamento di un animale, e l’unica motivazione ammessa per la deroga  “è la mancanza di un medicinale veterinario idoneo, non il costo di un medicinale veterinario”.

Un modo per dire che il decreto italiano va contro le norme europee in materia, e qualcuno dovrà fornire al riguardo spiegazioni estremamente convincenti, oppure fare macchina indietro (il decreto, peraltro, non è ancora stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale). A sollevare la questione, come già anticipato, è stata l’interrogazione dell’eurodeputata leghista, molto zelante nell’osservare che l’Italia è l’unico Paese della Ue ad aver introdotto una norma che prevede l’uso di farmaci umani in luogo di quelli veterinari in base al criterio del minor costo, mentre la norma europea di riferimento dispone “la somministrazione di quello umano solo in assenza del farmaco veterinario”.

Sardone chiede anche conto di quali provvedimenti la Commissione europea intenda assumere al riguardo, “per scongiurare rischi per il benessere e la salute degli animali e per evitare che la nuova norma italiana renda meno efficaci il sistema di tracciabilità del farmaco, il sistema di farmacosorveglianza e la raccolta dei dati del consumo di antibiotici utilizzati in ambito veterinario, e che ne derivi un grave pregiudizio per la lotta all’antibiotico-resistenza”, dimenticando (o facendo finta di farlo) che il decreto firmato la scorsa settimana da Speranza nasce in via esclusiva per gli animali da affezione e non quelli da allevamento. Qualche dietrologo duro e puro ha voluto interpretare l’interrogazione dell’europarlamentare leghista come un ulteriore siluro lanciato per minare – questa volta in ambito europeo – la credibilità del ministro della Salute italiano, da tempo nel mirino del segretario della Lega Matteo Salvini.

Una lettura che, per quanto ci riguarda, non ci appassiona e riteniamo anzi poco fondata. Perché, se lo fosse, la zelante onorevole Sardone avrebbe con ogni probabilità compiuto un’impresa a perdere,  alienandosi le simpatie di milioni di italiani che le misure contenute nel decreto di cui qui si parla le chiedono a gran voce  da anni, per poter accudire e curare meglio i loro amati animali. Se la Ue dovesse davvero mettere il nostro Paese nelle condizioni di dover ritirare il provvedimento, siamo davvero curiosi si vedere in che modo gli esponenti del partito di Sardone si presenteranno davanti ai 53 italiani su 100 che posseggono un animale da compagnia (le stime, riferite al 2019 e probabilmente da aggiornare al rialzo dopo l’emergenza pandemica, sono di “Animali in città” di Legambiente). Prendendo per buona sia questa stima sia i sondaggi che oggi accreditano la Lega  di un consenso pari a circa il 22% degli elettori, con una semplice operazione possiamo concludere che oltre la metà, ovvero il 12% circa degli italiani che votano, ha in casa un cane, un gatto o un altro pet.

La domanda che forse Sardone non si è fatta è: quanti di loro sarebbero contenti se l’iniziativa di un’esponente del partito che voterebbero li costringesse a continuare a pagare 16 euro il gastroprotettore per il loro cane che (con il nuovo decreto) pagherebbero giusto la metà, 8 euro?