Farmaci, industria italiana al top, ma resta il problema governance

Roma, 12 luglio – Quella che ha celebrato i 40 anni di Farmindustria, nata in un anno (il 1978) che per la densità degli avvenimenti che lo hanno caratterizzato si è rivelato cruciale per il nostro Paese, è stata un’assemblea pubblica inevitabilmente sospesa anche sul filo dei sentimenti:  l’orgoglio per il lungo e positivo cammino percorso nei quattro decenni alle spalle, la consapevolezza di un presente solido e importante, la speranza per un futuro che ha però bisogno di cambiamenti necessari ma anche la preoccupazione, inespressa ma avvertibile, che quelli che arriveranno potrebbero non essere in meglio.

Niente più che sensazioni, intendiamoci, ma il fatto che a percepirle siano stati in tanti, almeno a giudicare dalle prime sommarie impressioni registrate nel nutrito parterre di autorevoli esponenti del mondo farmaceutico, politico, scientifico e del giornalismo intervenuti ai lavori, sta a significare che qualche timore su possibili complicazioni nell’interlocuzione con le istituzioni, evidentemente,  ha cominciato a fare capolino. In Farmindustria e non solo.

Ad alimentare la preoccupazione, peraltro, ha concorso – nonostante le immediate e trasparenti giustificazioni fatte pervenire dalla ministra e subito rese note dal presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi – l’assenza ai lavori della nuova titolare della Salute, Giulia Grillo. La circostanza, more italico, ha dato subito la stura a varie e per lo più infauste interpretazioni, nonostante il governo fosse rappresentato dai sottosegretari Maurizio Fugatti (Salute) e  Claudio Durigon (Lavoro).

Al di là dei consueti e ineliminabili esercizi di dietrologia e politicomanzia da parte di qualcuno, però, l’assemblea è pienamente riuscita nell’intento di rappresentare ed evidenziare il primato ormai raggiunto su scala continentale dall’industria farmaceutica italiana: il nostro Paese è infatti diventato  il primo produttore farmaceutico dell’Unione Europea.  Dopo anni di inseguimento, ha superato la Germania con una produzione di 31,2 miliardi di euro, contro i 30 dei tedeschi. Un successo dovuto al boom dell’export, che oggi sfiora i 25 miliardi..
“Siamo i primi in Europa per produzione farmaceutica, grazie al vero e proprio traino dell’export. Un successo made in Italy” ha sottolineato Scaccabarozzi “che dimostra la qualità del nostro sistema Paese. E che ha ricadute importanti: maggiore occupazione, soprattutto per i giovani; più investimenti che creano valore sul territorio; sinergie con l’indotto e le università; sviluppo degli studi clinici che fanno crescere la qualità delle cure e portano al Servizio sanitario nazionale importanti risorse”.

“Abbiamo dimostrato sul campo di essere una freccia nell’arco del Sistema Italia” ha voluto rimarcare il presidente delle aziende del farmaco, prefigurando la possibilità di continuare a esserlo anche in futuro  “attraverso una partnership con le istituzioni per risolvere i problemi urgenti e fondare una governance di lungo respiro. Siamo disponibili – ha annunciato Scaccabarozzi  – a contribuire con proposte concrete allo sviluppo del Paese“.
Qualcuno tra i molti dati resi noti nel corso dell’assise e sintetizzati da un lancio Ansa: la crescita della produzione negli ultimi 10 anni, evidenzia Farmindustria, è stata determinata al 100% dalle esportazioni. L’Italia ha segnato il maggiore incremento dell’export farmaceutico tra i Big Ue negli ultimi 10 anni (107% complessivo rispetto a 74%). Un export che è cresciuto dal 1991 al 2017 di 15 volte, passando da 1,3 a 24,8 miliardi. Nella classifica per export dei 119 settori dell’economia in Italia, nel 1991 i medicinali erano al 57° posto, oggi sono al quarto (dopo due settori della meccanica e gli autotrasporti). Inoltre, nella classifica nazionale per export dei poli tecnologici di tutti i settori, i primi due sono farmaceutici – Lazio e Lombardia – e Toscana e Campania sono rispettivamente al quarto e al settimo posto. La farmaceutica rappresenta il 55% dell’export hi-tech del Paese.

Rilevante anche il contributo offerto al Paese sul versante occupazionale: gli addetti nel 2017 hanno raggiunto quota 65.400 (93% a tempo indeterminato), 1.000 in più rispetto al 2016. E nell’ultimo triennio le assunzioni sono state 6.000 ogni anno. E fiore all’occhiello del settore è l’occupazione giovanile: secondo i dati Inps, infatti, dal 2014 al 2016 gli addetti under 35 nell’industria farmaceutica sono aumentati del 10%, rispetto al +3% del totale dell’economia.
L’associazione delle imprese del farmaco coordina anche un progetto pilota, avviato dal ministero dell’Istruzione (Miur), di alternanza scuola-lavoro “in filiera”. Un progetto che vuole dare la possibilità agli studenti degli ultimi anni di scuola superiore di entrare in contatto con il mondo delle imprese. E tante sono anche le donne occupate, pari al 42% del totale, molto di più rispetto alla media del totale industria (25%), spesso con ruoli importanti nell’organizzazione aziendale. Sono donne infatti circa il 40% di dirigenti e quadri. Con il 52% di ricercatrici, si può poi affermare che la ricerca è “rosa”.
Le cifre più significative, però, sono quelle sulle ricadute positive prodotte dal bene-farmaco sulla salute della popolazione italiana: dal 1978 a oggi gli italiani hanno guadagnato circa 10 anni di vita, grazie all’impegno nella prevenzione, all’attenzione agli stili di vita, ai progressi della scienza medica. È infatti calata la mortalità per le prime cinque cause di decesso degli anni ’80: la mortalità è scesa del 64% per malattie del sistema cardiocircolatorio e del 25% per i tumori maligni, e oggi due persone su tre a cui è diagnosticato un cancro sopravvivono dopo cinque anni (trent’anni fa sopravviveva soltanto un paziente su tre).

La mortalità è inoltre diminuita del 47% per le malattie del sistema respiratorio; del 63% per le patologie dell’apparato digestivo; dell’87% dal 1985 per l’Hiv/Aids che, conclude Farmindustria, “grazie alla prevenzione e ai grandi progressi farmaceutici si può ormai considerare una patologia cronica”.

La realtà da “magnifiche sorti e progressive” restituita dai numeri di Farmindustria, però, non ha certamente fatto venire meno la necessità di rappresentare quella che continua a essere la principale istanza dei produttori del farmaco, ovvero la revisione della governance.  Le complesse regole attuali rappresentano, a detta degli industriali, un ostacolo all’ulteriore sviluppo del settore, a partire dai I complicati meccanismi sulla fissazione dei prezzi e dei  tetti di spesa, superati i quali le stesse industrie sono chiamate a intervenire  per ripianare le eccedenze con il meccanismo del  payback. Un sistema che da tempo Farmindustria chiede di rivedere in profondità, per poter continuare a garantire la competitività dell’Italia in materia di farmaci.

“In cinque anni  le industrie hanno versato 7 miliardi di payback, ai quali vanno sommati 1,3 miliardi di risorse stanziate e non spese” ha affermato Scaccabarozzi, per poi evidenziare che, tirate le somme,  la spesa farmaceutica nazionale è cresciuta in termini reali dello 0,3%. Risorse ritenute troppo limitate, soprattutto ove si consideri che sono in pista di lancio 15mila nuovi medicinali destinati alla cura di patologie anche molto gravi, caratterizzati nella maggior parte dei casi da un alto tasso di innovazione e, inevitabilmente, da costi correlati e quindi molto sostenuti.

Per introdurre nel circuito terapeutico questi farmaci, riuscendo comunque a garantire la sostenibilità del Ssn, a giudizio di Scaccabarozzi, non bastano misure come la revisione del prontuario oppure il ricorso ai farmaci biosimilari, ma servono interventi di sistema, capaci di ridisegnare in modo sostanziale, se non proprio in radice, la governance attuale. “Inimmaginabile pensare di potersela cavare con interventi parziali” o di semplice maquillage, secondo il presidente degli industriali: “Il rischio è che salti il banco con un grave danno per i cittadini e la capacità di investimento di molte aziende”».

La proposta di Farmindustria, al dunque, è quella di un’alleanza con le istituzioni in grado di dare vita a “un modello nuovo di finanziamento basato su un sistema di regole certe e stabili superando la logica dei tetti e sull’uso efficiente di risorse pubbliche che devono essere destinate alla farmaceutica e rimanere nel settore”.

Proposta alla quale hanno offerto un riscontro i sottosegretari Fugatti e Durigon: “Il Governo non è sordo a questo tema, vogliamo lavorare con l’obiettivo di trovare dei meccanismi che attutiscano questo costo che oggi grava sulle spalle delle aziende farmaceutiche” ha affermato il primo, sostanziando un’apertura alle istanze dell’industria che è stata accolta con favore da Scaccabarozzi ma resta ovviamente tutta da verificare.

L’intervento di Durigon non è invece entrato nel merito della questione e non è dunque andato molto oltre la cortesia istituzionale, con il riconoscimento della necessità di mettere “le industrie del farmaco in grado di crescere in valore e occupazione anche perché l’Italia, grazie anche a questo settore, è tornata al decimo posto tra i Paesi più attrattivi per gli investitori esteri”.