Epidemia o pandemia? Qualche utile puntino sulla “i” di Covid-19

Hand in medical gloves holding test tube with positive Coronavirus result over hospital table with pill, respiratory mask and stethoscope. 2019-nCoV blood test concept

Roma, 20 febbraio – Covid-19, siamo in presenza di un’epidemia o di una pandemia? E cosa è l’una e cosa l’altra? Se è vero (come è vero) che le parole sono importanti e che sul loro significato bisogna intendersi, per evitare di generare confusione, è fondamentale usarle con precisione, e non in modo indifferenziato, come invece accade a proposito della sindrome provocata dal coronavirus Sars-CoV-2, che giornali e notiziari radiotelevisi si alernano a definire a volte in un modo e a volte nell’altro.

È bene allora chiarire, usando le definizioni dell’Oms, cos’è la pandemia e cosa l’epidemia, come fa la giornalista e divulgatrice Roberta Villa su “dottore, ma è vero che…?, il sito della Fnomceo dedicato all’informazione medica certificata nato anche con l’obiettivo di “smontare”  le fake news, contrastandone le diffusioni epidemiche (appunto!).

Nelle definizioni del sito Oms, la pandemia  (dal greco “pan” e “demos”, letteralmente “epidemia estesa a tutto il popolo”) è la rapida diffusione di una nuova malattia in più aree geografiche del mondo, mentre con il termine epidemia si indica una situazione in cui si verifica un numero di casi superiore all’atteso  in una particolare area e in uno specifico intervallo temporale.  La pandemia, dunque, – caratterizzata dall’estensione del contagio e dalla novità dell’agente infettivo che la provoca – è decisamente più grave della seconda.

La Covid-19, al momento, secondo le dichiarazioni ufficiali dell’Oms, è un’epidemia, ancorchè grave, tanto da avere provocato un’emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale. Ma, almeno fino ad oggi, l’agenzia sanitaria mondiale non ha ancora ritenuto opportuno nè necessario dichiarare che quella causata dal coronavirus Sars-CoV-2 è una pandemia, nonostante l’agente infettivo (come apprendiamo quotidianamente dai mezzi di informazione) ha già colpito centinaia di persone in diversi Paesi  (quasi trenta, al momento) di tre diversi continenti oltre all’Asia.
La maggior parte dei casi individuati fuori dalla Cina, però, riguarda persone giunte da quel Paese o che comunque hanno contratto direttamente la malattia a causa di contatti con cittadini di quell’area. Fortunatamente (grazie anche, se non soprattutto, alle Ihr, le International health regulations, norme di salute globale condivise da 196 Paesi per applicare in maniera rapida e omogenea le misure giudicate più necessarie nelle diverse situazioni per il contenimento delle infezioni) non è stata finora dimostrata una trasmissione sostenuta e diffusa della malattia nella popolazione al di fuori della Cina. Dunque siamo in presenza di un’emergenza, sicuramente grave, che i dati disponibili consentono però di “confinare” nel grande Paese asiatico, dove peraltro (il dato è di ieri), l’epidemia sembra dare i primi segnali di un rallentamento.

Nel resto del mondo, la situazione attuale non sembra richiedere nè giustificare provvedimenti più importanti di quelli già presi, almeno per ora. E nella nostra Europa, in particolare, secondo l’ultima valutazione dell’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, risalente al 13 febbraio scorso, il rischio di una diffusione estesa del contagio continua a mantenersi basso.

Detto questo, anche al fine di levare ossigeno al fuoco dell’eccesso di allarmismi  (del tutto ingiustificati), la Covid-19 non può nè deve essere presa sottogamba: gli esperti non escludono infatti che il Sars-Cov-2 possa provocare una pandemia, alla luce della sua rilevante  capacità di trasmissione da persona a persona (attraverso le goccioline di saliva). Un individuo ammalato è in grado infatti di  infettare fino a 3-4 persone, secondo una valutazione effettuata da esperti epidemiologi e pubblicata da Science all’inizio di febbraio. ll timore di sviluppi negativi riguarda in particolare l’Africa e il Sud America e più in generale le aeree dove i sistemi sanitari sono più fragili.

Ma va detto che i sistemi sanitari mondiali oggi sono generalmente molto più attrezzati che in passato a rispondere alle pandemie, grazie all’avanzamento delle conoscenze e allo sviluppo di nuove tecniche di laboratorio, ma anche alle esperienze maturate in casi precedenti (aviaria, Sars e l’influenza pandemica causata dal virus A-H1N1-pdm09, partita nel 2009 dal Messico e meglio nota come influenza “suina”). A dimostrare le migliori e maggiori capacità di risposta, del resto, è proprio l’immediata reazione seguita all’allarme Covid-19 e in particolare,  come ricorda Villa nel suo articolo sul sito Fnomceo, la rapidità con cui gli scienziati hanno definito la sequenza genetica del virus (impresa, come si ricorderà, nella quale si sono distinte anche le ricercatrici dell’Istituto Spallanzani di Roma) e hanno condiviso le informazioni su una piattaforma on line, permettendo ai  ricercatori di tutto il mondo di cominciare a lavorare (anche senza disporre di campioni di virus) per cercare di prevedere il comportamento del nuovo agente infettivo, mettere a punto test diagnostici rapidi fondamentali per il contenimento dell’infezione, capire se ci sono antivirali che potrebbero funzionare e pensare addirittura a una risposta immunitaria.  Un vaccino, in effetti,  potrebbe arrivare in tempi record, proprio grazie allo sfruttamento di piattaforme messe a punto nelle crisi precedenti.
Uno scenario impensabile fino a pochi anni fa, ulteriormente rafforzato dal fatto che, in aderenza alle già ricordate Ihr, i vari Paesi devono avere pronto un piano pandemico per reagire, a vari livelli e su diversi aspetti, a eventuali minacce.
Riepilogando,  il Sars-CoV-2 ha fin qui prodotto un’epidemia (e non una pandemia) contro la quale gli apparati sanitari mondiali si sono immediatamente mobilitati, riuscendo al momento a controllare e contenere la minaccia. Ed è prevedibile che qualche commentatore (qualcosa in giro già si legge) levi in alto l’indice per criticare l’eccesso di mobilitazione, di spazio e di attenzione dedicato alla Covid-19, rubricandola come il “solito falso allarme”. Ma se ci si può permettere il lusso di certe critiche è solo perché – facendo tutto quello che c’era da fare – i sistemi sanitari hanno preso fin qui tutte le misure necessarie per mantenere per quanto possibile la situazione sotto controllo, con gran dispiego di mezzo ed energie. Ai Soloni in servizio permanente effettivo tutto questo (una volta passato l’allarme) potrà anche apparire un inutile spreco. Ma al riguardo, non si può che condividere la lapidaria conclusione dell’articolo di Villa da cui abbiamo preso spunto: “prepararci al peggio è l’unico modo che abbiamo per evitare che il peggio si verifichi”.