Dolore oncologico, Sif: “Non demonizzare i farmaci oppiacei”

Roma, 18 aprile – La terapia analgesica con oppiacei? Non va demonizzata, perché i fenomeni di dipendenza e overdose sono dovuti soprattutto a un uso non medico.

Questo il messaggio che emerge con chiarezza da un position paper di Sif, la Società italiana di Farmacologia, sul trattamento del dolore cronico in Italia, che propone anche un utile e istruttivo confronto sull’appropriatezza terapeutica con oppiacei (e i correlati timori di dipendenza) tra il nostro Paese e gli Stati Uniti d’America.

Da dove provengono dati allarmanti: negli USA, infatti, l’abuso di farmaci oppiacei prescritti per il controllo del dolore cronico non oncologico ha ormai raggiunto livelli epidemici, con casi di overdose ormai presenti in quasi tutte le fasce d’età, anche se il tasso di mortalità più alto collegato al fenomeno, in entrambi i sessi, si registra tra i 45 e i 54 anni.

Attualmente, rileva il lavoro della Sif,  più del 3% della popolazione adulta negli Stati Uniti riceve una terapia cronica con questi farmaci. Ma per comprendere il fenomeno americano va  chiarito il ruolo dell’utilizzo non-medico di questi farmaci, ovvero i fenomeni di abuso, misuse e diversione. Con il termine misuse si intende qualsiasi uso del farmaco al di fuori della prescrizione medica, mentre con quello di diversione si intende l’approvvigionamento non approvato di un farmaco tramite scambio, condivisione/cessione o vendita illecita.

La premessa del position paper Sif è che l’uso degli oppiacei nella gestione del dolore associato alla malattia neoplastica avanzata è ampiamente condiviso e accettato a livello internazionale. Da un punto di vista clinico, raramente l’uso degli oppiacei interferisce in modo negativo con la gestione dei pazienti oncologici nel loro complesso. Mentre l’uso degli oppioidi nel dolore cronico non oncologico è ancora oggi oggetto di discussione. Soltanto inquadrando il ricorso all’utilizzo non medico degli oppiacei è però possibile rendere compiutamente conto di quanto la dipendenza e le morti da overdose riguardino il paziente con dolore cronico appropriatamente diagnosticato, e non piuttosto una fascia di soggetti che hanno sfruttato la facile prescrizione e dispensazione di oppiacei, a scopo ricreazionale.

A tale proposito – specificano i coordinatori del documento Patrizia Romualdi (Università di Bologna), Alessandro Mugelli (Università di Firenze) e Guido Mannaioni (Università di Firenze) – è opportuno ricordare che nel 2014 più di 10 milioni di americani hanno dichiarato di avere fatto uso illecito di oppiacei da prescrizione.

Inoltre, è interessante sottolineare che se il numero di soggetti che annualmente passano dall’assunzione di oppiacei da prescrizione all’eroina sia basso, l’80% di 125.000 consumatori abituali di eroina ha dichiarato di avere iniziato con l’uso di oppiacei da prescrizione.

È quindi probabile che l’epidemia di morti da overdose e i fenomeni di dipendenza e abuso siano principalmente correlati all’uso non-medico degli oppiacei, mentre il reale rischio nel paziente con dolore cronico rimane chiaramente da definire e i dati preclinici non lo supportano.

Benché l’utilizzo di analgesici oppiacei in Italia sia di gran lunga inferiore rispetto al Nord Europa e agli USA, grande attenzione deve essere posta nell’evitare il rischio di abuso, pur garantendo a tutti i pazienti con dolore il diritto all’accesso alle cure come previsto dalla legge 38/2010.

La pubblicazione del position paper (eloquente fin dal titolo: Trattamento del dolore cronico in Italia. Appropriatezza terapeutica con oppiacei e timore di addiction: situazione italiana vs USA) è volta ad affrontare il problema e si spera che possa prevedere nel prossimo futuro il coinvolgimento di altre importanti società scientifiche nazionali e internazionali per adottare una linea comune e prevenire l’insorgenza di questo temibile fenomeno, senza tuttavia “demonizzare” i farmaci oppiacei che a tutt’oggi rappresentano il cardine della terapia.