Def, coro di proteste su sanità definanziata, Senato chiede modifiche

Roma, 4 ottobre – Le misure sulla sanità previste dal Def forniscono una probante risposta al famoso quesito avanzato Nanni Moretti in quel film di culto che fu Ecce Bombo: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”

Ecco, oggi grazie alla Nota di aggiornamento al Def, dove brillano per la loro assenza parole come “salute” e “sanità”, sappiamo che si è notati molto di più nel secondo dei casi. L’assenza sostanziale di attenzione (e di misure) sulla sanità nazionale e sull’andamento della relativa spesa rispetto al Pil (prevista al ribasso al 2020, quando toccherà il minimo storico del 6,3%) ha sollevato infatti una vera levata di scudi in tutti gli schieramenti politici e nella comunità degli addetti ai lavori, tanto vasta da rendere un’autentica vera impresa darne conto compiuto.

A poco sono valse le rassicurazioni che il ministro dell’economia Gian Carlo Padoan (nella foto) ha provato a fornire al riguardo ieri, intervenendo in audizione in Commissione Bilancio al Senato, con il risultato di rassicurare molto poco. 

“Per agli investimenti in sanità, è stato mobilitato nella legge di bilancio dello scorso anno un ammontare importante di risorse da destinare a investimenti strategici, in un orizzonte temporale che permette una loro pianificazione” ha detto infatti il titolare del MEF. “Sta dunque alle amministrazioni capire come sfruttare questa opportunità. Questo andrà poi accompagnato da appropriati rifinanziamenti, rimobilitando le risorse già stanziate”.

Intervento risultato però del tutto insufficiente a fugare i rilievi e le preoccupazioni che si sono rovesciati sul Documento di economia e finanza, a partire da quelli espressi nel parere della Commissione Igiene e sanità di Palazzo Madama, favorevole ma infarcito di osservazioni e di richieste che di fatto sostanziano un giudizio tutt’altro che lusinghiero.

In vista della prossima manovra finanziaria, i senatori della XII Commissione hanno infatti chiesto di eliminare i vincoli per l’assunzione di medici e infermieri per l’effettiva erogazione dei nuovi livelli essenziali di assistenza, di garantire più risorse per la spesa sanitaria anche in vista del rinnovo del contratto del pubblico impiego, di abolire il superticket sulle prestazioni specialistiche, di incrementare l’offerta formativa post lauream e di risolvere i problemi che ruotano a torno al payback e alla governance farmaceutica.

Per quanto riguarda le risorse, i senatori della Affari sociali fanno notare che “l’incremento della spesa sanitaria relativa al 2018 sul 2017 è pari, in valore assoluto, a circa 930 milioni di euro, ammontare che corrisponde ad un incremento pari allo 0,8% (inferiore a quello previsto per il totale della spesa corrente al netto degli interessi passivi, stimato all’1,2%)”.

Il rapporto tra spesa sanitaria e Pil nominale “passerebbe dunque dal 6,65% del 2017 al 6,5% del 2018 con una riduzione dello 0,15”. Questa previsione – si legge nel parere della XII Commissione  “andrebbe rivista al rialzo nell’ottica di garantire l’uniforme e completo accesso ai vecchi e nuovi livelli essenziali di assistenza”.

Ma i giudizi più trancianti arrivano dagli schieramenti politici, a partire dal M5S, che preannuncia una bocciatura totale del Def se non saranno introdotte modifiche sostanziali:

“Gli interventi del governo non fanno che confermare un lento ma progressivo definanziamento: di questo passo, nell’arco di pochi anni, il sistema sanitario universale sarà solo un ricordo” scrivono i deputati del Movimento 5 Stelle della Commissione Affari Sociali, che hanno presentato un parere alternativo alla Nota di aggiornamento del Def.
“La Nota infatti conferma che, nonostante il contesto favorevole, la spesa sanitaria sarà di 115 miliardi per il 2018, 116 per il 2019 e 118 nel 2020 e, parimenti, la sua incidenza sul Pil sarà decrescente e passerà dal 6,6% del 2017 al 6,4% nel 2020. In questo modo la spesa sanitaria scenderebbe al di sotto della soglia vitale fissata dall’Oms. Sarebbe pura ipocrisia” osservano i deputati pentastellati “sorprendersi di fronte al fatto che molto spesso la nostra sanità non è più in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini e che questi sono costretti a rivolgersi o al privato o a rinunciare alle cure, 12 milioni nel solo 2016”.

“Attendiamo nei prossimi giorni di vedere se il ministro Padoan cambierà registro e destinerà maggiori risorse al comparto salute” concludono i deputati 5 Stelle, riservando un duro attacco finale alla titolare della Salute: “Sul Ministro Lorenzin invece non facciamo alcun affidamento: ha già dimostrato ampiamente di non avere né la volontà né la capacità di incidere su una materia che pure sarebbe di sua competenza”.

Note critiche sono arrivate anche da Andrea Mandelli, vicepresidente della Commissione Bilancio del senato, tutt’altro che soddisfatto delle dichiarazioni rese da Padoan in audizione: “La risposta del ministro Padoan alla mia domanda sulla spesa sanitaria è del tutto insoddisfacente. L’Oms dice a chiare lettere che il livello minimo per un’assistenza sanitaria decente richiede una spesa pari al 6,5% del Pil: al di sotto si compromette la funzionalità del sistema, tanto più se si considerano i nuovi Lea” spiega il senatore di Forza Italia.
“La nostra spesa è già inferiore a quella degli altri Paesi europei e le difficoltà di accesso dei cittadini al Ssn sono note” conclude quindi Mandelli. “Per questo, parlare di aumento in termini assoluti della spesa sanitaria, quando la percentuale rispetto al Pil scenderà fino al 6,3% nel 2020, significa voler mascherare una precisa scelta politica del governo, ossia quella di non tagliare sugli sprechi ma sulla salute”.