Ddl Ristori, rispunta la proposta del farmacista di famiglia

Roma, 30 novembre – Nell’iter di conversione del ddl Ristori, all’esame congiunto delle Commissioni Bilancio e Finanze di Palazzo Madama, non mancano le proposte correttive di diretto interesse Visualizza immagine di origineper la farmacia. Su tutte, spicca quella di Elio Lanutti (M5s, nella foto a lato), che torna a proporre in copia conforme lo stesso emendamento sull’istituzione del “farmacista di famiglia” già presentato dai parlamentari pentastellati in occasione della conversione in legge, nello scorso mese di giugno, del decreto Rilancio.

La misura si propone di dare vita a una figura professionale, quella appunto del  “farmacista di famiglia”  che possa essere un riferimento “per lo sviluppo e il potenziamento dei servizi territoriali e per salvaguardare lo stato di salute dei cittadini”. In collaborazione con il medico di famiglia, il farmacista di famiglia si occuperebbe dell’assistenza dei pazienti dimessi dall’ospedale e cronici, prendendo in carico le terapie prescritte e  monitorandone l’aderenza. Inoltre, sarebbe chiamato a erogare  “prestazioni analitiche di prima istanza, come telemedicina e campagne di screening”.

La figura del farmacista di famiglia è costruita in buona sostanza sul calco del Mmg: ogni cittadino sceglierebbe il suo presso l’Asl competente, tra tutti gli iscritti all’albo professionale in possesso di una specifica  specializzazione, conseguita attraverso un corso apposito istituito con decreto ministeriale. Potranno diventare farmacisti di famiglia gli iscritti all’albo professionale che risultino collaboratori di farmacia, titolari di farmacia senza collaboratori o farmacisti che non siano né nella prima né nella seconda condizione. Analogamente al Mmg, il farmacista di famiglia potrà avere  un massimale  di pazienti (750 per chi sia farmacista titolare unico o collaboratore, fino a 1500 gli altri) e sarà retribuito a quota capitaria: per ogni cittadino che lo sceglierà, il “farmacista di famiglia” riceverà un euro al mese, ovvero 12 euro annui. Una previsione che (al di là di ogni considerazione di merito sull’entità e congruità della cifra)  appare in contrasto con quanto lo stesso emendamento prevede nel suo ultimo comma, ovvero l’assenza di “nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica” dovuti alla misura.

Non si tratta però dell’unico emendamento in materia farmacie: viene infatti anche avanzata la proposta (anch’essa non accolta in occasioni precedenti) di istituire un fondo destinato al sostegno delle farmacie rurali, 50 milioni di euro per il 2021 e altrettanti per il 2022. I criteri per assegnazione e ripartizione dei fondi, recita l’emendamento, sono la popolazione residente, il fatturato annuale al netto di iva, il numero annuo di turni di notte e anche la distanza della località in cui è ubicata la farmacia dal capoluogo di provincia.

Un altro emendamento, sempre rivolto alle farmacie delle piccole località (in questo caso con meno di 3000 abitanti), prevede di riconoscere alle farmacie un contributo/credito d’imposta fino a tremila euro gli anni 2020, 2021 e 2022 da utilizzare “nell’acquisto o noleggio di apparecchiature di telemedicina”, che serviranno a erogare prestazioni “anche a carico del Servizio sanitario regionale, su prescrizione del medico di medicina generale e con la tariffa prevista dal Nomenclatore tariffario regionale”.

Come già detto, sia l’emendamento sul farmacista di famiglia, sia quello relativo al fondo di sostegno per le farmacie rurali  sono stati avanzati senza successo in occasione precedenti, Si tratta di vedere se, a questo giro, conosceranno miglior sorte. Una prima riposta la darà il vaglio di ammissibilità, in settimana. Nell’eventualità venisse superato, si vedrà se e quanto il Parlamento vorrà essere coerente e conseguente con la volontà dichiarata di implementare la sanità sul territorio: tutti gli emendamenti prima illustrati vanno esattamente in quella direzione, che è poi quella dello sviluppo dell’assistenza di prossimità tanto cara al ministro della Salute Roberto Speranza. Ma si sa: un conto è dire, un altro fare