Ddl Lorenzin, la Fofi
in Senato: “Irricevibile, riforma stravolta”

 

Roma, 1 dicembre –  Un testo stravolto rispetto a quello approvato dal Senato, frutto anche della collaborazione delle federazioni professionali, e dunque irricevibile. Questa, in sintesi, la posizione ribadita ieri da Fnomceo, Fofi e Fnovi nel corso dell’audizione informale davanti alla Commissione Igiene e Sanità del Senato nei confronti del ddl Lorenzin,  così come approvato a fine ottobre dalla Camera dei Deputati.

La delegazione della Federazione professionale dei farmacisti, guidata dal segretario Maurizio Pace, ha avuto occasione di esprimere le ragioni del profondo dissenso che ha indotto gli organismi professionali delle tre principali professioni sanitarie a istituire un comitato di coordinamento permanente  con l’obiettivo di ottenere modifiche sostanziali al provvedimento nel suo passaggio al Senato.

In realtà, i rilievi critici di Fnomceo, Fofi e Fnovi sono tali e tanti che imporrebbero una sostanziale riscrittura del provvedimento, almeno negli articoli dedicati alla riforma degli ordinamenti professionali. E ciò significherebbe, considerata la stretta finestra di tempo rimasta da qui alla fine della legislatura,  intonare il de profundis per il ddl Lorenzin, del quale  l’esercito delle altre professioni sanitarie (più di 650 mila professionisti tra infermieri, infermieri pediatrici, ostetriche, tecnici di radiologia medica, educatori sanitari e altre figure) reclama però l’immediata approvazione, dopo anni e anni di attesa di un intervento sul settore.

Per medici, farmacisti e veterinari, in buona sostanza, il ddl Lorenzin – dopo gli interventi di Montecitorio –  è da buttare nel cestino della carta straccia, visto che ne è stato stravolto addirittura l’impianto.

Fermo restando che è doveroso procedere “a un ammodernamento della disciplina degli ordini e dei collegi delle professioni sanitarie“, si legge al riguardo nel documento depositato in Commissione Igiene e sanità del Senato dalla Fofi in occasione dell’audizione di ieri “nel corso dell’esame in seconda lettura alla Camera, il testo è stato stravolto e sono state apportate rilevanti modifiche che non solo non rafforzano il ruolo e l’autonomia degli ordini, ma sembrano piuttosto svilirne le funzioni istituzionali, riducendole quasi esclusivamente a quella di mera gestione dell’albo professionali“.

Per la Federazione ci sono “alcune disposizioni foriere di criticità interpretative ed altre che presentano errori di formulazione e che, come tali, risultano difficilmente applicabili”.

 Nel dettaglio la Fofi reputa “non condivisibile la scelta di rimettere a regolamenti governativi e a un decreto del ministro della Salute la regolamentazione di dettaglio della disciplina ordinistica” e critica anche la norma che, in attesa dell’adozione dei regolamenti, prevede l’applicazione “per quanto compatibili” delle disposizioni del Dpr 221/1950. Per la Federazione questa locuzione “crea numerose criticità che potrebbero dar luogo a contenziosi con esiti interpretativi di tenore contrastante“, non essendo chiaro chi dovrebbe decidere della compatibilità.

Il documento depositato sottolinea anche diverse criticità riguardanti i profili elettorali degli Ordini e, nel dettaglio: la modifica del quorum, la scelta di sedi diverse da quella dell’Ordine per esprimere il voto, l’introduzione di modalità telematiche di voto, il limite di due mandati per gli incarichi elettivi.

Contrarietà anche rispetto alla norma “secondo cui il ministero della Salute, d’intesa con le rispettive federazioni nazionali e sentiti gli Ordini interessati, possa disporre il ricorso a forme di avvalimento o di associazione tra i medesimi Ordini per l’esercizio di funzioni di particolare rilevanza”, che “comprime indebitamente l’autonomia degli Ordini professionali”.

Un’altra forte criticità è individuata nell’ambito della deontologia e dei procedimenti disciplinari. Nel testo approvato a Montecitorio è infatti previsto che il Codice deontologico debba essere approvato a maggioranza dai Consigli nazionali e poi recepito attraverso una delibera dagli Ordini provinciali. Ma, ha osservao al riguardo Pace, “la norma così formulata apre a una situazione inconcepibile: l’Ordine che non recepisse il Codice deontologico votato dal Consiglio nazionale potrebbe votarne uno provinciale? L’agire del professionista, a tutela innanzitutto del cittadino, non può che essere normato in modo uniforme su tutto il territorio nazionale”.
Un altro rilievo è all’indirizzo delle conseguenze che potrebbero scaturire dalla norma sul ricorso alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, fino ad oggi consentito soltanto per i provvedimenti disciplinari, ma che con la riforma Lorenzin così come modificata a Montecitorio sembra essere possibile per tutti gli atti. “In questo modo l’iscritto potrebbe appellarsi anche contro una delibera che riguarda un corso Ecm” rileva Pace, denunciando il rischio di una paralisi delle attività delle Federazioni professionali.
Pace è tornato anche a puntare l’indice sulle mancata modifica dell’articolo 102 del Tuls del 1934, espunta dal testo nel passaggio a Montecitorio.  La modifica – eliminando un divieto ormai anacronistico, fissato più di 80 anni fa – avrebbe infatti consentito la presenza in farmacia di altri professionisti sanitari, con l’esclusione di quelli abilitati a prescrivere come i medici e i veterinari, nonché permesso al farmacista di esercitare anche altre professioni sanitarie, previa abilitazione, sempre con l’ovvia esclusione di quelle abilitate alla prescrizione di farmaci.
Decidere di eliminarla, a giudizio di Pace, è stato a dir poco improvvido, perché in questo modo è stato gravemente pregiudicato “un aspetto fondamentale per noi quanto per la collettività, perché la farmacia dei servizi è un presidio fondamentale per la riorganizzazione dell’assistenza sul territorio in tutto il Paese, e poi perché consentire al farmacista abilitato di svolgere altre prestazioni sanitarie è fondamentale per i molti centri in cui la farmacia è l’unico presidio sanitario esistente”.
La Fofi, dunque, conferma il suo giudizio: il testo attuale del DdL è irricevibile: quella uscita da Montecitorio, afferma Pace nella sua lapidaria conclusione, “non è quella riforma, doverosa dopo settant’anni, che abbiamo sempre auspicato, ma una serie di interventi slegati sulla vecchia normativa, che mortifica la funzione degli Ordini delle professioni sanitarie quali organi ausiliari dello Stato a tutela della qualità delle prestazioni, capaci di promuovere l’evoluzione professionale e, di conseguenza, di tutelare nel senso più ampio il cittadino che si rivolge ai professionisti della salute”.