Ddl Lorenzin e riforma degli Ordini, mandati di 4 anni e max due rinnovi

Roma, 10 ottobre – Anche se il ddl Lorenzin, presentato nel febbraio del 2014 e poi approvato con modifiche al Senato a maggio 2016 e da allora all’esame di Montecitorio, dove è giunto (con ulteriori modifiche) alla fase finale della discussione in Aula,  era nato per occuparsi in primo luogo materia di sperimentazione clinica dei medicinali, di enti vigilati dal Ministero della Salute, di sicurezza degli alimenti e di sicurezza veterinaria, le disposizioni sulle quali hanno finito per appuntarsi in prevalenza i riflettori sono quelle finalizzate al riordino delle professioni sanitarie. Dove, insieme alla costituzione di nuovi albi e al riconoscimento professionale di altre figure sanitarie, spicca il tentativo di “disegnare” un generale ammodernamento della disciplina ordinistica delle professioni sanitarie.

Ecco, in sintesi, in cosa consiste: in primo luogo, il collegio degli infermieri professionali, assistenti sanitari e vigilatrici d’infanzia (Ipasvi) diventa un ordine a tutti gli effetti e, per conseguenza, la federazione nazionale diventa Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche.

L’albo delle vigilatrici d’infanzia assume la denominazione di albo degli infermieri pediatrici; i collegi delle ostetriche diventano “Ordini delle professioni delle ostetriche”; i collegi dei tecnici sanitari di radiologia medica diventano “Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione”, con un accorpamento di figure professionali che, seppur regolamentate, non hanno ancora un albo e che, secondo il Ministro, sono tra loro “omogenee e compatibili” .

Anche le professioni di biologo e di psicologo (art. 4) vengono ricomprese nell’ambito delle professioni sanitarie; per l’ordine degli psicologi restano ferme, tuttavia, le attuali norme organizzative autonome, mentre l’ordine dei biologi è inserito nell’albo dei chimici.
Il ddl opera anche un giro di vite per i casi di esercizio abusivo della professione sanitaria o di maltrattamento e danni alle persone ricoverate presso le strutture sanitarie, con la previsioni di aggravanti e quindi un inasprimento delle pene previste dal codice penale. In particolare, per l’esercizio abusivo di professione sanitaria viene comminata la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 10 mila a 50 mila euro.
Vengono poi  definite ulteriori modalità per l’inserimento dei medici in formazione specialistica all’interno delle attività ordinarie delle unità operative delle aziende del Ssn che fanno parte della rete formativa, per accompagnare gli specializzandi in un percorso graduale finalizzato ad acquisire autonomia e responsabilità, garantendo loro maggiore partecipazione allattività professionale nel confronto con le competenze e conoscenze del personale strutturato.
Per le farmacie, sono eliminati i divieti di compresenza di altre figure professionali della sanità, eliminando così un rilevante impedimento alla prospettiva della cosiddetta “farmacia dei servizi”. L’unico divieto riguarda la figura del medico, professionista legittimato a prescrivere farmaci, facoltà e funzione che continua a rendere incompatibile la sua presenza in farmacia, per ragioni facilmente intuibili.

Novità anche per il termine entro il quale gli eredi sono tenuti a cedere la farmacia in mancanza dei titoli universitari, che passa da 6 a 48 mesi. Nel testo si legge anche che, in caso di raggiungimento dell’età pensionabile o nelle fattispecie previste dall’articolo 11 della legge 362/1991 (infermità del titolare, gravi motivi di famiglia, gravidanza, parto e allattamento, adozione di minori e affidamento familiare per i 9 mesi successivi all’effettivo ingresso del minore nella famiglia, incarichi politici), il direttore è “sostituito temporaneamente da un farmacista iscritto all’albo”.
Pur tra molte polemiche, il ddl provvede anche al riconoscimento delle figure professionali dell’osteopata e del chiropratico, fin qui sospesi nella terra di nessuno della mancanza di una regolamentazione adeguata e considerate dal ddl come professioni sanitarie a tutti gli effetti. Per esercitarle, sarà necessario il possesso della laurea abilitante o titolo equipollente e l’iscrizione al registro istituito presso il Ministero della Salute.

È attesa battaglia, in sede di discussione, anche su alcune misure introdotte per rinnovare gli ordinamenti professionali, dove fanno capolino  misure per garantire l’equilibrio di genere e il ricambio generazionale nella rappresentanza, secondo modalità stabilite con successivi regolamenti. Il ddl introduce anche la previsione di “idonee procedure di voto in via telematica, da disciplinare con decreto del Ministro della salute e con oneri a carico dell’Ordine” e modifica durata e disciplina dei mandati per le cariche di presidente, vicepresidente, tesoriere e segretario, che passerebbero dagli attuali tre anni a quattro, ma  con un preciso paletto: “Chi ha svolto tali incarichi può essere rieletto nella stessa carica consecutivamente una sola volta. In sede di prima applicazione, chi ha svolto tali incarichi non può essere candidato allo stesso incarico se lo ha svolto per più di due mandati consecutivi” recita infatti la nuova norma che, se approvata, in occasione del prossimo rinnovo delle cariche ordinistiche del 2020, cambierebbe la geografia (e forse anche la storia) della rappresentanza di molte professioni sanitarie, a partire da quella farmaceutica.