Ddl Concorrenza in Commissione, ma nessuno sa ancora cosa accadrà

Roma, 23 maggio – Per quanto strano possa suonare, l’esito del ddl Concorrenza, provvedimento presentato dal governo Renzi con grande clangore di trombe e con il petto orgogliosamente in fuori nel febbraio del 2015, e poi impaludatosi per due anni nei passaggi alla Camera e soprattutto al Senato   (che è riuscito ad approvarlo con quintali di modifiche soltanto all’inizio di questo mese, per poi ripassarlo a Montecitorio), sarebbe legato a una sorta di duello rusticano tra  lo stesso Matteo Renzi e Carlo Calenda, il ministro che egli stesso insediò, richiamandolo da Bruxelles, al ministero dello Sviluppo economico.

Tra i due, secondo gli spifferi dei palazzi, in verità diventati vere e proprie folate di vento, i rapporti si sarebbero guastati da un pezzo: il segretario del Pd ed ex premier non avrebbe davvero gradito i segnali di “smarcamento” di Calenda seguiti alla caduta del suo governo dopo il fallimentare esito del referendum costituzionale. Ma ad andargli di traverso sarebbero state soprattutto le successive manovre di tessitura di rapporti e relazioni a largo raggio che Calenda, evidentemente non meno ambizioso di Renzi, avrebbe alacremente posto in essere nel tentativo di  accreditarsi come nuovo protagonista della scena politica italiana.

Un tentativo che Renzi, a quanto riferiscono le cronache di palazzo, vuole stroncare sul nascere, minando il campo di gioco dell’ex protegè diventato un nemico. E in quel campo c’è appunto il ddl Concorrenza, che il ministro Calenda appare fermamente intenzionato a portare finalmente a casa, non fosse altro che per poter cominciare a mettere mano alla nuova legge annuale sulla materia, questa volta  interamente a sua firma.

Un’occasione troppo ghiotta, per Renzi, per spuntare le ali al giovane ministro: basta infatti impallinare il provvedimento per scompaginarne tutti i disegni. Un gioco da ragazzi, in fondo, che non rende neppure necessario esporsi troppo: già al momento della sua approvazione in Senato si erano infatti moltiplicate le voci (comprese quelle dei relatori) che reclamavano ulteriori correzioni al testo approvato in Commissione Industria di Palazzo Madama ad agosto 2016. Ma come si ricorderà il testo passò così com’era e ora – con il senno di poi – i dietrologi in servizio permanente effettivo vedono nel voto di fiducia un sottile e perfido disegno dello stesso Renzi, che avrebbe dato ai suoi pretoriani il mandato di assecondare Calenda e dare semaforo verde al provvedimento al solo scopo di poter tornare sulle criticità irrisolte a Montecitorio, dando spazio e sfogo ai molti mal di pancia dei parlamentari per intervenire nuovamente sul testo e, ovviamente, costringerlo a un esiziale ritorno al Senato.

Un trappolone, insomma, che – se davvero scattasse – affosserebbe il ddl Concorrenza, che oggi, con il n. 3012 B, torna all’esame delle Commissioni Finanze e Attività produttive di Montecitorio.

Calenda continua ad ostentare fiducia e non più tardi di ieri rispondeva di essere “molto fiducioso” a chiunque chiedesse notizie sul destino del provvedimento. Ma l’infittirsi delle sortite sulla necessità  di ulteriori ritocchi al testo – in particolare alle misure sul telemarketing,  oggetto di precise sollecitazioni anche da parte del Garante per la privacy – lasciano pensare che la possibilità che il provvedimento possa subire qualche cambiamento è tutt’altro che remota. Si vedrà.

A Renzi, se davvero la sua intenzione fosse quella di stoppare un provvedimento che egli stesso aveva voluto, appuntandoselo al petto come una medaglia al valore, andrebbe benissimo anche qualche settimana di ordinario traccheggio alla Camera per decidere il da farsi. Il tempo, infatti, e l’ineluttabile avvicinarsi della fine della legislatura (che potrebbe anche essere anticipata all’inizio dell’autunno, secondo gli ultimi rumors) lavorano tutti in un’unica direzione, quella di un poco solenne de profundis per un provvedimento che – comunque andrà a finire – resterà nella storia di questo Paese, perlomeno come manifesto della inconcludenza della sua classe politica.

Che l’ipotesi più probabile sia quella dell’affossamento del provvedimento, peraltro, è suffragato anche dai molti e imbarazzati (o reticenti?) “non saprei” in ordine alle sue sorti che vengono da autorevoli esponenti della maggioranza, ultimo in ordine di tempo quello del responsabile nazionale sanità del Pd Federico Gelli. Che, interpellato al riguardo dalla newsletter Federfarma Filodiretto, ha dichiarato di non sapere quali saranno i tempi che si prenderà la Camera per licenziare il testo”, preoccupandosi di precisare che  – vada come vada  – non cambieranno in ogni caso le norme sulle farmacie.